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Convegno nazionale ais-elo firenze 8-10 luglio, 2010


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Convegno nazionale AIS-ELO - Firenze 8-10 luglio, 2010

Forme, dimensioni e processi dell’innovazione tra economia, organizzazioni, politiche pubbliche e istituzioni


L’impresa dell’innovazione


Francesco Ramella



  • DRAFT -



Università di Urbino “Carlo Bo”

DiSSPI - Dipartimento di studi su società, politica e istituzioni
via Saffi, 15 - 61029 – Urbino (PU)
email francesco.ramella@uniurb.it

L’impresa dell’innovazione


1. Premessa


Negli ultimi anni il tema dell’innovazione ha assunto un ruolo centrale negli studi sulla crescita economica (Nelson 2007; Verspagen 2005). Nei nuovi scenari dell’economia della conoscenza la generazione di nuove idee, così come la circolazione delle informazioni, sono essenziali. E ciò richiede il contributo di una pluralità di attori, economici e non. Per questo gli approcci di analisi oggi prevalenti tendono a sottolineare il carattere sistemico dell’innovazione: la creazione e l’apprendimento di nuove conoscenze vengono visti come processi collettivi, basati sulle interazioni tra le imprese e una varietà di istituzioni. La dimensione territoriale è cruciale. Le imprese innovative, infatti, risultano fortemente agglomerate. E questo vale sia per i settori produttivi tradizionali, sia per quelli più innovativi. Per le attività manifatturiere così come per i servizi knowledge-intensive. Per i Paesi europei e per gli Stati Uniti (Oecd 2010c, pp. 137-141).

Anche le indagini svolte nell’ambito della sociologia economica, con riferimento all’Italia, confermano la rilevanza del territorio e della costruzione sociale dell’innovazione (Barbera 2007; Ramella 2005; Ramella e Trigilia 2006; 2010a; 2010b). L’innovazione si concentra in un numero esiguo di sistemi locali e regionali, caratterizzati da elevate economie esterne. Le imprese, infatti, sono molto sensibili alla dotazione di risorse e di beni collettivi presenti all’interno delle varie aree, poiché la possibilità di avvalersi di manodopera qualificata, di subfornitori specializzati, di buone infrastrutture e università, di servizi avanzati e innovativi, ne migliora considerevolmente la competitività.

La prossimità spaziale delle attività innovative si lega anche alla rilevanza del sapere tacito (Polanyi 1966). Questo tipo di conoscenze assumono una particolare importanza sullo sfondo dei processi di globalizzazione. Tanto più la conoscenza codificata circola facilmente e rapidamente attraverso le reti globali, tanto più quella tacita diventa un asset strategico che produce vantaggi competitivi difficili da imitare (Maskell e Malmberg 1999). Il sapere tacito si genera mediante esperienze maturate in contesti specifici ed è fortemente embodied (Pavitt 2002), per cui la sua trasmissione viene agevolata dalla vicinanza sociale e istituzionale dei soggetti coinvolti (Gertler 2003). La produzione di nuova conoscenza, o la ricombinazione creativa di quella esistente, si configura perciò come un processo di learning through interacting (Lundvall e Johnson 1994) radicato in reti sociali e sistemi territoriali dell’innovazione1.

Questa enfasi sulla dimensione sistemica, tuttavia, non deve indurre a restringere troppo il ruolo dell’agency. Come è stato di recente rilevato un errore comune a diversi approcci sistemici e istituzionali è quello di leggere il comportamento degli attori unicamente a partire dalle caratteristiche dei contesti in cui operano (Gertler 2010, p. 5). Al contrario, le strategie imprenditoriali risultano essenziali per spiegare l’innovazione. Le imprese possiedono una certa autonomia strategica rispetto ai contesti istituzionali in cui operano: non sono esclusivamente rule-takers ma anche rule-makers, soprattutto a livello locale (Crouch et al. 2009). Esse derivano consistenti gradi di liberta rielaborando in maniera riflessiva il repertorio di capacità ed esperienze ereditato dal proprio passato. E questo in maniera in parte indipendente dal settore e dal paese in cui operano. Susan Berger (2006) ha definito questo approccio come il “modello delle eredità dinamiche”.

Lo studio dell’innovazione non può perciò prescindere dalle scelte compiute dalle aziende. Con riferimento a queste ultime, appaiono rilevanti alcune ipotesi elaborate nell’ambito della sociologia economica e dell’organizzazione, che legano il processo innovativo a specifiche soluzioni organizzative2. La capacità innovativa viene associata a modalità di coordinamento flessibili che agevolano comunicazioni informali di tipo orizzontale e sono orientate ad un lavoro per progetti. In altri termini a strutture aziendali che consentono lo sviluppo di reti di apprendimento interattivo. Al loro interno così come al loro esterno. Diversi studi hanno attirato l’attenzione sul ruolo cruciale dei networks innovativi, specialmente nei settori dell’alta tecnologia (Breschi e Malerba 2005; Powell e Grodal 2005).

Queste dimensioni aiutano a rendere conto della forte eterogeneità di prestazioni che si osserva all’interno delle economie avanzate. L’aumento della competizione internazionale ha innescato un processo di radicale trasformazione dell’organizzazione produttiva. Non tutte le imprese sono riuscite a rispondere positivamente a questa sfida e ciò ha comportato una drastica selezione. Con riguardo all’Italia, per esempio, ricerche recenti mostrano che nei distretti industriali hanno avuto maggiore successo le aziende che hanno investito nell’innovazione e nella qualità dei prodotti (Guelpa e Micelli 2007). Più in generale, i processi di ristrutturazione in corso negli ultimi anni hanno fatto emergere il ruolo delle medie imprese (Mediobanca e Unioncamere 2010; Coltorti 2006). Altri hanno sottolineato la rilevanza per i processi di internazionalizzazione degli investimenti nell’innovazione e nella qualificazione del capitale umano. Questo sia nei settori low-tech che in quelli high-tech. L’aspetto cruciale è legato alle dimensioni aziendali e alla loro efficienza, con i grandi esportatori (aziende medie e grandi) che giocano un ruolo di pivot (Baldwin et al. 2007).

Le analisi condotte dall’Istat (2010, cap. 2) sugli effetti della crisi internazionale, sottolineano l’ampliamento del divario di produttività rispetto ai principali paesi europei ma anche l’elevata varietà di prestazioni delle imprese italiane. L’efficienza dinamica, legata alle ristrutturazioni e all’innovazione, gioca un ruolo chiave e sono ancora una volta le imprese medie – ma in parte anche quelle piccole (fatta eccezione per quelle micro) – a dimostrare le migliori prestazioni. Nei nuovi scenari produttivi, infatti, l’innovazione non è più appannaggio esclusivo delle grandi organizzazioni, pubbliche e private. Le piccole e medie imprese hanno ritrovato un ruolo da protagoniste non solo nei settori tradizionali e nell’innovazione incrementale, ma anche nell’alta tecnologia e nelle innovazioni radicali (Oecd 2010c; Baumoul 2002).

Il ruolo delle imprese altamente innovative nella crescita economica è ampiamente riconosciuto. Ma su queste imprese, specialmente per quanto riguarda l’Italia, sappiamo relativamente poco. Ciò che sappiamo è che quelle che innovano hanno performance economiche migliori rispetto alle altre (Istat 2010, pp. 167-8). Le aziende italiane però spendono molto poco nelle attività di ricerca & sviluppo: la metà della media europea (0,6% del Pil vs 1,2%; Istat 2010, pp. 165 ss.). Per oltre un decennio, a partire dal 1992, hanno ridotto i propri investimenti in ricerca, ampliando le distanze rispetto al resto d’Europa3. Questo divario non è legato esclusivamente alla presenza di molte micro-imprese e al tipo di specializzazioni prevalenti nel nostro Paese. Risulta, infatti, consistente anche a parità di settore e di dimensioni aziendali, denotando una minore propensione alla ricerca della nostra economia. Anche sul fronte dell’innovazione le performance italiane risultano deludenti. Nel 2006 solamente il 35% delle imprese hanno introdotto una innovazione di prodotto o di servizio. Una quota molto inferiore alla Germania (63%) e alla media europea (39%) (European Commission 2009, p. 129). Ne discende che la quota di fatturato derivante dalla vendita di nuovi prodotti risulta più contenuta: il 9% nelle imprese italiane contro il 19% in quelle tedesche e il 13% nella media europea.

Un ragionamento simile vale per l’utilizzo di strumenti di protezione della proprietà intellettuale. Sotto il profilo brevettuale, il nostro paese mostra risultati ambivalenti. La produttività della ricerca italiana in termini di brevetti (a parità di risorse investite) è piuttosto elevata, ma in termini aggregati i risultati sono piuttosto deludenti. Le imprese italiane non fanno un grande uso di questi strumenti. Nel 2004 solamente il 13% aveva fatto almeno una domanda, contro oltre il 20% in Francia e in Germania (Félis 2007, p. 3 Table 2). L’utilizzo dei brevetti si associa però all’innovazione. Le imprese innovative ne fanno un uso molto maggiore rispetto a quelle non innovative (dove la percentuale di imprese che hanno fatto domanda di brevetto scende al 2%), soprattutto in alcuni settori. Nella meccanica e nell’alta tecnologia, ad esempio, la quota sale a circa un terzo. Ca cosa distingue le imprese che brevettano dalle altre?

Per sapere qualcosa in più su questo spaccato altamente innovativo dell’economia italiana abbiamo condotto una specifica survey, che ha interessato le imprese italiane con brevetti europei concessi nei settori della meccanica e dell’alta tecnologia, con riferimento alle domande presentate tra il 1995 e il 2004 4. Si tratta di imprese che hanno realizzato invenzioni a cui l’Ente europeo di protezione dei diritti di proprietà intellettuale (EPO) ha riconosciuto i caratteri di novità, non ovvietà (inventive step) e applicabilità industriale richiesti per la brevettazione. I brevetti rappresentano un indicatore ormai consolidato nella letteratura scientifica (specialmente in quella economica) che studia l’output innovativo. Di questo indicatore sono state messe in evidenza non solo le potenzialità analitiche ma anche i limiti. Il principale difetto è quello di rilevare soprattutto le innovazioni più radicali e formalizzate e di celare la diversa propensione brevettuale dei settori produttivi. In altre parole, non consente di cogliere adeguatamente il tipo di innovazione incrementale diffusa nei settori più tradizionali e nelle imprese di minori dimensioni.

Su queste ultime realtà, tuttavia, la ricerca italiana ha svolto molti studi, soprattutto nelle realtà distrettuali. Sappiamo invece molto poco sulle imprese che brevettano. Sulle loro caratteristiche e sulle loro strategie competitive. La ricerca che presento in questo lavoro intende fornire un contributo per colmare questa lacuna. Per individuare l’universo da studiare sono stati utilizzati 5.313 brevetti concessi ad assegnatari italiani in alcuni settori dell’alta e medio-alta tecnologia5. Da questi brevetti è stata ricavata una lista utile di circa 1.500 imprese (da qui in avanti imprese EPO)6. Si tenga presente che i settori analizzati sono quelli che rappresentano la quota ampiamente maggioritaria dei brevetti italiani tutelati su scala europea. Il settore della meccanica copre il 31% delle domande di brevetto EPO, quelli dell’alta tecnologia il 24% (Gherardini 2010).

Le domande a cui intendo rispondere in questo paper sono essenzialmente tre. 1) Quali sono le caratteristiche distintive di queste imprese? 2) Come organizzano le loro attività d’innovazione? (2a) Utilizzano esclusivamente le loro risorse interne oppure anche quelle esterne? (2b) Ricorrono maggiormente a reti corte, di tipo locale-regionale, oppure a reti lunghe extra-regionali? 3) Infine, che relazione esiste tra le attività innovative e i rendimenti economici? Il paper è organizzato nel modo seguente: nei prossimi quattro paragrafi (dal terzo al sesto), di natura prevalentemente descrittiva, presento i principali risultati dell’indagine; nel settimo paragrafo analizzo la relazione tra la performance innovativa e quella economica; nell’ultimo, infine, discuto alcune implicazioni teoriche della ricerca.


3. Il profilo delle imprese EPO


Le aziende che hanno risposto al questionario – in tutto o in parte – sono 407, per un totale di 1478 brevetti e una media di 3,6 brevetti a testa. La distribuzione dei brevetti appare tuttavia fortemente asimmetrica: 245 imprese (il 60%) hanno esclusivamente un brevetto europeo; altre 73 (il 18%) ne hanno due oppure tre, per un totale di 165; le ultime 89 imprese (il 22%) rendono conto dei restanti 1068 brevetti, con una media di 12 ciascuna. La provenienza territoriale mostra l’elevata concentrazione dei fenomeni innovativi nelle aree più sviluppate del Paese. Il 43% delle imprese EPO sono localizzate nel Nord-Ovest e il 50% nelle aree del Centro e del Nord-est. Quelle della meccanica, che rappresentano quasi i tre quarti del totale, tendono ad addensarsi maggiormente nelle regioni della Terza Italia (Tab. 1).


^ Tab. 1 La distribuzione territoriale delle imprese e dei brevetti




Imprese




Brevetti

 

Alta tecnologia

Meccanica

Totale




Nord-ovest

49,1

41,1

43,2




43,6

Nord-est

10,9

20,5

17,9




12,9

Centro

25,5

34,0

31,7




38,2

Lazio e Sud

14,5

4,4

7,2




5,2

Totale

100,0

100,0

100,0




100,0

N. casi

110

297

407




1478

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


In entrambi i settori – ma soprattutto in quello dell’alta tecnologia - sono le grandi aree metropolitane del Centro-nord a svolgere un ruolo di primo piano. La provincia di Milano esprime il 17% delle imprese e con l’aggiunta di altre cinque province di grandi dimensioni (Roma, Torino, Brescia, Bergamo, Firenze e Bologna) si raggiunge il 43%7. Ciò detto anche le città medie della Terza Italia hanno un peso rilevante, in particolare nella meccanica, con sei province che da sole rappresentano il 23% delle imprese. Emerge quindi una forte agglomerazione territoriale: tredici province, che rappresentano il 29% della popolazione italiana, rendono conto di due terzi delle aziende analizzate. Si tratta di risultati congruenti con quanto già emerso nelle ricerche precedenti sulla geografia dell’innovazione in Italia (Ramella e Trigilia 2010a).

Il profilo anagrafico e strutturale evidenzia l’elevata solidità delle imprese EPO (Tab. 2). Quasi l’80% di esse opera da oltre 20 anni. Circa la metà sono di medio-grandi dimensioni (oltre i 50 addetti), hanno un buon giro di affari (oltre 10 milioni di euro di fatturato) e un’elevata produttività del lavoro: il fatturato per addetto si aggira intorno ai 257 mila euro. La metà fa parte di un gruppo, risulta cioè associata ad altre imprese da legami di controllo proprietario8.



^ Tab. 2 Anno di fondazione, addetti e fatturato (valori %)




Alta tecnologia

Meccanica




Totale

Anno di fondazione













Fino al 1950

20,0

18,5




18,9

1951-1970

17,5

26,7




24,4

1971-1990

31,3

36,6




35,2

Dopo il 1990

31,2

18,2




21,5

Totale

100,0

100,0




100,0

Addetti













Fino a 9 addetti

10,1

8,7




9,1

10-49 addetti

31,9

38,1




36,3

50-249 addetti

37,7

31,2




33,1

250 addetti e oltre

20,3

22,0




21,5

Totale

100,0

100,0




100,0

Fatturato (Mio Euro)













Fino a 1 milione

21,2

22,0




21,8

Da 1 a 10 milioni

32,7

30,5




31,1

Da 10 a 50 milioni

21,2

26,2




24,9

Oltre 50 milioni

25,0

21,3




22,3

Totale

100,0

100,0




100,0

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


I mercati a cui si rivolgono sono prevalentemente nazionali e internazionali, mentre quelli locali-regionali rivestono un ruolo residuale (Tab. 3) I mercati esteri incidono mediamente per il 57% del fatturato, con punte particolarmente elevate nella meccanica. I clienti principali sono soprattutto le altre imprese private. Siamo perciò di fronte ad aziende che producono prevalentemente beni intermedi: beni strumentali (macchinari e componenti) che altre imprese utilizzano per la produzione di merci destinate ai mercati finali9.


^ Tab. 3 I mercati e i clienti delle imprese (valori %)




Alta tecnologia

Meccanica




Totale

Quote di fatturato realizzate nei diversi mercati (valori medi)













Locale

2,1

1,8




1,9

Regionale

4,1

3,5




3,7

Nazionale

41,6

35,6




37,2

Estero

52,2

59,1




57,2

Totale

100,0

100,0




100,0

Imprese che hanno tra i propri clienti:













Amministrazioni/enti pubblici

67,2

22,4




36,6

Grandi imprese pubbliche

44,4

28,6




33,2

Grandi imprese private

80,3

89,8




87,5

Piccole e medie imprese

86,7

92,0




90,8

Liberi professionisti

42,9

13,3




21,3

Consumatori privati

42,5

28,7




32,0

N. casi

73

205




278

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Gli ambiti produttivi in cui operano sono caratterizzati da un’elevata concorrenza e richiedono competenze molto variegate (Fig. 1). Il contesto viene percepito dagli intervistati come connotato da una radicale incertezza. Per le imprese della meccanica si tratta prevalentemente di una incertezza di mercato, legata all’instabilità della domanda. Per quelle dell’alta tecnologia di una incertezza tecnologica, connessa all’elevato ritmo di cambiamento delle conoscenze e delle tecniche produttive. Questi scenari configurano traiettorie evolutive altamente instabili che – come vedremo più avanti - stimolano strategie competitive in parte diverse.


Fig. 1


Una delle risorse chiave di cui le imprese si avvalgono per fronteggiare questa profonda incertezza risiede nel loro capitale umano (Tab. 4). Emerge un profilo molto qualificato degli addetti. Il 49% degli imprenditori sono laureati e la metà dei dipendenti possiede un diploma oppure un titolo di studio superiore. Alla formazione viene dedicata molta attenzione. L’89% delle imprese svolge corsi di formazione connessi alle proprie attività innovative.


^ Tab. 4 Il profilo degli addetti (valori %)




Alta tecnologia

Meccanica




Totale

Titolo di studio













Basso

36,7

47,7




44,5

Medio (diploma)

33,4

37,1




35,8

Alto (laurea e oltre)

29,9

15,2




19,7

Totale

100,0

100,0




100,0

Condizione professionale













Dirigenti-Soci

9,7

7,9




8,5

Impiegati amministrativi

14,7

11,9




12,7

Ricercatori

14,6

7,3




9,3

Tecnici

21,2

20,3




20,6

Operai specializzati

17,7

23,4




21,8

Operai comuni

22,1

29,2




27,1

Totale

100,0

100,0




100,0

N. casi

72

173




245

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Tra gli addetti si osserva un numero rilevante di ricercatori e di figure tecnico-produttive specializzate (tecnici e operai qualificati), nonché di collaboratori esterni che lavorano in maniera continuativa per l’azienda10. Le relazioni di lavoro sono giudicate buone. Solamente in rare eccezioni si lamentano rapporti difficili tra i dipendenti e la direzione. Esistono tuttavia delle differenze. Nel 34% dei casi è presente una chiara distinzione di ruoli tra la direzione e i dipendenti. Nel 61% delle imprese, invece, prevale una stretta cooperazione, con un forte coinvolgimento del personale negli obiettivi dell’azienda. Questo secondo modello, di tipo “partecipativo”, è diffuso in entrambi i settori, ma principalmente nelle aziende ad alta intensità di ricerca e innovazione, che si avvalgono di una forza lavoro altamente qualificata ed operano in comparti produttivi ad elevata incertezza tecnologica.

Nel complesso siamo in presenza di imprese molto solide e con buone performance produttive. Per rendersene conto basta comparare il profilo delle aziende EPO con quello presente negli stessi settori a livello nazionale (Tab. 5)11.


^ Tab. 5 Il profilo delle imprese EPO comparato ai valori medi nazionali




Imprese EPO (2010)




Imprese nazionali (2006)




Alta tecnologia

Meccanica

Totale




Alta tecnologia

Meccanica

Totale

Addetti






















Fino a 9 addetti

10,1

8,7

9,1




89,0

75,8

81,5

10-49 addetti

31,9

38,1

36,3




8,5

19,7

14,9

50-249 addetti

37,7

31,2

33,1




2,0

3,9

3,1

250 addetti e oltre

20,3

22,0

21,5




0,5

0,6

0,5

Totale

100,0

100,0

100,0




100,0

100,0

100,0

^ Fino a 19 addetti






















Fatturato

(migliaia di euro)

2.116

2.524

2.419




259

571

432

Fatturato per addetto (migliaia di euro)

181

268

244




93

132

119

% di fatturato esportato

44,0

42,5

42,9




9,9

17,3

15,3

20 addetti e oltre






















Fatturato

(migliaia di euro)

352.108

57.538

142.339




34.015

19.786

23.599

Fatturato per addetto (migliaia di euro)

378

215

262




240

232

235

% di fatturato esportato

53,4

63,8

60,7




37,6

53,6

47,4

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO; Istat 2010 Conti economici delle imprese, nostre elaborazioni.


Le micro-imprese, che in Italia oltrepassano l’80%, risultano fortemente sottorappresentate. Viceversa quelle medio-grandi (oltre i 50 addetti) sono sovra-rappresentate: costituiscono il 54% del campione contro un valore medio nazionale che sfiora appena il 4%. A parità di dimensioni, inoltre, le imprese EPO mostrano prestazioni nettamente superiori, sia in termini di fatturato che di produttività del lavoro e di capacità di esportazione. Il divario risulta particolarmente significativo nelle imprese più piccole. Rispetto al valore medio dei due settori, le imprese EPO con meno di 20 addetti hanno un fatturato medio sei volte superiore a quello delle altre aziende, una produttività del lavoro che è quasi il doppio e una quota di export che è circa tre volte superiore. Si tratta di prestazioni di tutto rilievo, che mettono in luce un’elevata capacità competitiva legata – come vedremo – all’innovazione.


4. Le attività di ricerca


Nel corso dell’ultimo triennio le imprese EPO hanno investito molto in ricerca e sviluppo (R&S) (Tab 6). Nel 2009 circa i due terzi hanno speso oltre 100 mila euro, dedicandovi una quota del fatturato pari al 5% nella meccanica e al 7% nell’alta tecnologia. Si tratta di risorse considerevoli, soprattutto per quanto riguarda il primo dei due settori12. Per apprezzarne la consistenza, si tenga presente che nella gran parte dei paesi Ocse le spese per l’innovazione si aggirano intorno all’1-2% del fatturato, salendo al 5% nelle grandi imprese. La quota destinata specificamente alla R&S ne rappresenta circa la metà (Oecd 2010b, p. 78)13.

Tra le imprese EPO gli investimenti crescono considerevolmente con le dimensioni14. L’intensità della ricerca - ovvero la quota di risorse per la R&S in percentuale del fatturato – risulta tuttavia meno squilibrata. Nelle piccole e medie imprese raggiunge livelli non distanti da quelli delle grandi (5,6% vs 6,8%), con un picco nelle aziende con meno di 50 addetti che operano nei settori dell’alta tecnologia (9,4%). Nonostante il periodo di difficoltà economica che ha caratterizzato il 2008 e il 2009, le imprese che hanno aumentato le risorse per la ricerca risultano leggermente di più di quelle che le hanno ridotte (41% vs 39%). La crisi ha però fortemente polarizzato i comportamenti e sono soprattutto le grandi aziende ad averne risentito maggiormente: il 56% di esse infatti ha ridotto le spese in R&S, mentre nelle piccole e medie imprese la quota corrispondente si aggira intorno ad un terzo del totale.


^ Tab. 6 Le risorse destinate alla ricerca e sviluppo (valori %)




Alta tecnologia

Meccanica




Totale

Risorse destinate alla R&S nel 2009













Fino a 10 mila euro

8,6

17,8




15,2

Da 10 mila fino a 100 mila euro

17,2

21,1




20,1

Da 100 mila fino ad 1 milione di euro

39,7

36,8




37,6

Oltre 1 milione

34,5

24,3




27,1

Totale

100,0

100,0




100,0

Variazione delle risorse per R&S 2007-2010













Riduzione

36,8

39,8




39,0

Stabilità

19,3

20,3




20,0

Crescita fino al 50%

31,6

23,1




25,5

Crescita oltre il 50%

12,3

16,8




15,5

Totale (%)

100,0

100,0




100,0

Risorse per R&S in % del fatturato (2009)

7,0

5,2




5,6

N. casi

58

152




210

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Nella stragrande maggioranza dei casi (il 60% del totale) le attività di ricerca sono state coperte in via quasi esclusiva attraverso l’autofinanziamento15. Il 45% delle imprese, comunque, ha usufruito di contributi pubblici (si sale ai tre quarti nel caso delle grandi)16. Si tratta di un valore in linea con quello registrato tra le imprese innovatrici italiane nel settore dell’industria (43,9%), anche se leggermente inferiore a quello della meccanica (47,7%) e dell’alta tecnologia (52,1%; nostre elaborazioni su dati Istat 2008b)17. La platea delle imprese che beneficiano di contributi pubblici, tuttavia, appare molto più estesa di quella presente in molti altri Paesi europei18.

La quasi totalità delle imprese EPO ha un ufficio appositamente dedicato alla R&S (l’81%). Nel 40% dei casi si tratta di strutture che impiegano un numero limitato di addetti (fino a 10), ma una quota significativa - specialmente nelle grandi imprese - possiede strutture più ampie. Anche questi dati confermano che siamo in presenza di realtà fortemente proiettate verso l’innovazione. Basti dire che ogni 10 addetti 4 svolgono attività di ricerca e sviluppo: una percentuale molto superiore a quella presente nella media delle imprese italiane e anche in quella dei paesi più industrializzati19.

Il lavoro di ricerca viene portato avanti attraverso team di progetto, che sono presenti nel 79% dei casi. In media operano cinque team per ogni azienda, ma nei due terzi dei casi (specialmente nelle aziende minori) non si supera le tre unità. Il lavoro dei team viene supervisionato da specifiche figure dirigenziali che assicurano il coordinamento e l’integrazione dei vari progetti. L’organizzazione interna dei team segue un preciso modello. In generale, emerge un approccio improntato alla coesione e alla flessibilità. Il coordinamento da parte di una o poche persone (84%) si accompagna infatti ad una forte autogestione delle attività da parte dei ricercatori (77%).

Rispetto a questo modello si osservano poche variazioni, sia con riferimento al settore di appartenenza che alle dimensioni dell’azienda. Questo lascia pensare all’esistenza di meccanismi isomorfici, sia di tipo normativo, sia di tipo mimetico, che tendono a far prevalere il modello organizzativo ritenuto più appropriato per la ricerca: piccoli gruppi di lavoro, fortemente coesi, all’interno dei quali i ricercatori godono di un’ampia autonomia nello svolgimento dei propri compiti20.

Alcune differenze, invece, affiorano nelle relazioni che legano i team di progetto alle aziende e nelle specializzazioni presenti al loro interno. Solamente nella metà dei casi questi team godono di una forte autonomia operativa nei confronti dell’azienda. Anche i tipi di know how presenti al loro interno risultano piuttosto differenziati. Nel 59% dei casi le competenze dei ricercatori vengono definite come affini: tutti i componenti del team appartengono allo stesso settore scientifico, ma con specializzazioni piuttosto differenziate. Nel 30% delle imprese, invece, le competenze risultano fortemente eterogenee e vedono la collaborazione di ricercatori appartenenti a diversi comparti scientifico-tecnologici. Infine, nel restante 11% dei casi operano team con competenze molto omogenee.

Entrambi questi aspetti (autonomia dall’azienda e competenze interne) dipendono poco dal settore di appartenenza o dalle dimensioni aziendali, bensì derivano dalle scelte compiute dal management. Possiedono in altri termini una loro indipendenza che condiziona i risultati ottenuti. All’interno delle piccole imprese, ad esempio, l’autonomia concessa ai vari team tende ad aumentare la produttività brevettuale21. La varietà delle competenze interne, inoltre, influenza l’absorptive capacity delle imprese (Cohen e Levinthal 1990). La presenza di una pluralità di specializzazioni, infatti, aumenta la loro capacità di assorbire informazioni provenienti dall’esterno. Per acquisire conoscenze utili le imprese fanno ampio ricorso a diverse fonti di informazione: alcune provengono dalla stessa impresa o dalle aziende del gruppo (fonti interne); altre derivano dalle relazioni con i fornitori, i clienti, le imprese concorrenti, ecc. (fonti esterne di mercato); altre infine discendono dai rapporti con gli istituti di ricerca, le università, i consulenti ecc. (fonti esterne tecnico-scientifiche). In generale le imprese usano soprattutto i primi due tipi di canali (Tab. 7).


^ Tab. 7 Importanza delle diverse fonti di informazione per le attività innovative delle imprese (valori %)

Imprese che attribuiscono elevata importanza alle seguenti fonti di informazioni:

Interne

Esterne di mercato

Esterne tecnico-scientifiche

Settore










Alta tecnologia

73,4

74,1

56,8

Meccanica

69,6

70,2

32,5

Classi addetti










Fino a 49

69,5

63,9

23,8

Da 50 a 249

68,4

72,7

43,8

Oltre 250

77,6

82,4

56,9

Competenze presenti nei team di progetto










Omogenee

63,0

63,0

29,6

Affini

76,9

76,4

37,8

Eterogenee

68,4

66,2

48,7

Totale

70,6

71,2

38,7

N. casi

316

323

315

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Ciò che le differenzia maggiormente è invece l’utilizzo di conoscenze provenienti dalla comunità scientifico-tecnologica che risulta superiore non solo nei settori dell’alta tecnologia e nelle imprese più grandi, ma anche in quelle con una maggiore dotazione di ricercatori e con competenze più differenziate nei team di progetto. Questi ultimi elementi risultano particolarmente discriminanti per le piccole e medie imprese, condizionandone in positivo la capacità innovativa.


5. Le partnership innovative


Questi aspetti richiamano l’attenzione sulle risorse che vengono mobilitate mediante le collaborazioni instaurate per svolgere in comune attività di ricerca e innovazione. Quasi tutte le imprese hanno almeno una partnership innovativa di questo genere (Tab. 8).


^ Tab. 8 Le reti di collaborazione per l’innovazione (valori %)

Hanno rapporti di collaborazione per le attività di ricerca e innovazione con almeno una:

Alta tecnologia

Meccanica




Totale
















Piccola o media impresa

72,5

61,1




64,0

Grande impresa

41,2

27,5




31,0

Università

70,6

56,4




60,0

Centro di ricerca

54,9

34,7




39,8

Impresa, università o centro di ricerca

96,2

95,1




95,3

^ Collaborazioni con imprese













Nessuna

9,3

16,7




14,7

Da 1 a 5

32,0

50,5




45,5

Oltre 5

58,7

32,8




39,8

Totale

100,0

100,0




100,0

^ Collaborazioni con università o centri di ricerca













Nessuna

15,9

22,1




20,6

Da 1 a 2

31,9

40,9




38,6

Oltre 2

52,2

37,0




40,8

Totale

100,0

100




100,0

N. casi

69

208




277

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Oltre il 60% collabora con altre imprese, prevalentemente di piccole e medie dimensioni, e una quota analoga (soprattutto nell’altra tecnologia) con università e centri di ricerca22. La gran parte di queste partnership innovative si estende oltre la dimensione locale (Tab. 9). Le risorse veicolate dalle reti lunghe consentono spesso di acquisire conoscenze e competenze non ridondanti rispetto a quelle disponibili nel contesto locale e svolgono perciò un ruolo molto importante nei processi di innovazione23. E tuttavia i rapporti con le imprese e le università locali/regionali risultano pervasivi. Oltre il 70% delle aziende EPO ha almeno una collaborazione con attori locali e regionali. Ciò detto, in quasi i due terzi le relazioni extra-regionali rappresentano oltre il 50% del totale delle partnership innovative. Le reti lunghe non vanno perciò contrapposte a quelle corte. I due tipi di relazioni coesistono e si alimentano a vicenda.


^ Tab. 9 Collocazione geografica delle imprese, università e centri di ricerca con cui le aziende collaborano per l’innovazione (valori medi %)

Collocazione geografica delle partnership innovative

Imprese







Università e Centri di ricerca

Locale

20,9







20,4

Regionale

19,6







29,2

Nazionale

36,3







37,9

Estera

23,2







12,5

Totale

100,0







100,0

N. casi

238







220

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


Allo stesso modo sarebbe un errore identificare queste partnership innovative, che veicolano risorse di varietà, con legami di tipo debole, regolati esclusivamente secondo logiche di mercato. Agli intervistati è stato chiesto di classificare le partnership innovative con le altre imprese, distinguendo quelle con cui hanno rapporti di tipo occasionale, basati prevalentemente su relazioni di mercato (legami deboli), da quelle con cui hanno rapporti consolidati nel tempo e in cui la fiducia gioca un ruolo di rilievo (legami forti)24. Nei due terzi dei casi sono proprio questo secondo tipo di legami a governare le collaborazioni (Tab. 10). E ciò a prescindere dai settori, dalle dimensioni delle imprese e dalla localizzazione geografica delle partnership innovative.


^ Tab. 10 Percentuale di imprese con cui si hanno partnership di collaborazione nelle attività di ricerca e innovazione basate su legami forti (valori %)

Partnership innovative basate su

Legami forti

Settore




Alta tecnologia

60,1

Meccanica

67,1

Classi addetti




Fino a 49

68,4

Da 50 a 249

61,8

Oltre 250

61,5

Collocazione geografica delle partnership innovative




Locale

66,6

Regionale

68,0

Nazionale

61,7

Estera

64,0

Valore medio

65,2

N. casi

222

Fonte: indagine 2010 sulle imprese con brevetti EPO


La morfologia delle reti di collaborazione cambia però significativamente in relazione a diverse caratteristiche strutturali. Alcune di queste riguardano le imprese, altre il contesto settoriale e territoriale nelle quali operano. Il numero delle partnership innovative risulta superiore nei settori dell’alta tecnologia e nelle imprese più grandi25. Ciò detto, anche nelle piccole aziende le collaborazioni esterne risultano molto diffuse: il 60% ha almeno un rapporto con istituti scientifici e l’85% con altre imprese. Nei settori dell’alta tecnologia e nelle imprese di maggiori dimensioni, inoltre, cresce la presenza di partnership che si proiettano oltre al dimensione locale e regionale. E lo stesso vale per quanto riguarda l’entità delle risorse destinate alle attività di ricerca & sviluppo. A parità di dimensioni aziendali, tanto maggiori gli investimenti in R&S tanto maggiori risultano le partnership innovative e la loro proiezione extralocale. La morfologia delle reti di collaborazione varia significativamente anche in relazione all’ambiente in cui le imprese operano. La presenza di un contesto locale altamente qualificato26 favorisce la tessitura di relazioni esterne, che comunque non risultano confinate esclusivamente in ambito locale. Pure il tipo di incertezza che le imprese devono fronteggiare muta la strategia relazionale: l’incertezza tecnologica rinforza la tessitura di partnership innovative mentre quella di mercato la indebolisce.

Al di là di queste variazioni, di entità comunque limitata, il punto che va maggiormente sottolineato è la pervasività di queste reti di collaborazione. L’85% delle imprese EPO studiate ha almeno una partnership con altre imprese; il 79% con un centro di ricerca o una università. Come abbiamo visto, inoltre, la gran parte di queste relazioni si estende oltre l’ambito locale e regionale. Il 73% delle aziende ha collaborazioni con imprese nazionali e il 58% con imprese straniere; il 63% con università o centri di ricerca nazionali e il 32% con istituti esteri. Queste partnership rappresentano una peculiarità. Si tenga presente che solamente il 13% delle imprese innovative italiane27 ha sviluppato, tra il 2004 e il 2006, degli accordi di cooperazione (di qualsiasi tipo) per le attività di innovazione. Si tratta del valore più basso in Europa (Eurostat 2010, Fig. 5.18 p. 145)28. Le imprese industriali con accordi di collaborazione all’estero, inoltre, sono un numero estremamente ridotto (2,6), che sale leggermente nella meccanica (3,0%) e soprattutto nell’alta tecnologia (16,6%)29.

Queste reti esterne di apprendimento interattivo, dunque, sono un tratto fortemente distintivo delle imprese EPO. Non vanno però isolate dalle loro caratteristiche interne. Le partnership innovative, infatti, incidono sulla performance delle imprese solamente attraverso la mediazione di variabili organizzative. Un elemento questo che emerge chiaramente sulla base di un indice di integrazione strategica che tiene insieme due dimensioni ricavate da un’analisi fattoriale: da un lato (1) la dotazione di laureati e (2) la presenza di attività formative interne (capitale umano); dall’altro (3) l’autonomia dei team di ricerca e (4) dei ricercatori unita ad un (5) forte coinvolgimento degli addetti negli obiettivi dell’azienda (flessibilità e coesione organizzativa)30. A parità di settore, punteggi elevati sull’indice di integrazione strategica si associano ad un numero maggiore di partnership innovative e a migliori performance economiche (Tab. 10-11). In presenza di bassa integrazione strategica, invece, le imprese con partnership innovative mostrano prestazioni simili a quelle delle imprese che non hanno alcun accordo di collaborazione esterna.


^ Tab. 11 Le reti di collaborazione per l’innovazione in base all’indice di integrazione strategica (valori %)

Livello di integrazione strategica

Medio-basso

Elevato




Totale

^ Collaborazioni con imprese













Nessuna

15,3

10,7




14,4

Da 1 a 5

46,9

42,9




46,9

Oltre 5

37,8

46,4




39,6

Totale

100,0

100,0




100,0

^ Collaborazioni con università o centri di ricerca













Nessuna

21,8

13,3




19,8

Da 1 a 2

39,1

33,3




37,8

Oltre 2

39,1

53,4




42,4

Totale

100,0

100




100,0

N. casi

249

69




318




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