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Le avventure di pinocchio. Storia di un burattino


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COLLODI (CARLO LORENZINI)

LE AVVENTURE DI PINOCCHIO. STORIA DI UN BURATTINO


- C’era una volta…

- Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.

- No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Non era legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura…


Questo brano de “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è l’inizio stesso del romanzo e ne anticipa la caratteristica artisticamente più originale: la sua capacità, cioè, di mescolare, in una sintesi straordinariamente innovativa, il genere fiabesco (che Collodi conosceva bene, avendo pubblicate anche un volume di fiabe) col genere realistico e rusticamente comico (di cui Collodi, gran narratore di buffe e stravaganti vicende toscane del suo tempo, era maestro). L’avvio è da fiaba, con quel “C’era una volta…” che evoca fate e animali parlanti - del resto giustamente, visto che anche ne “Le avventure di Pinocchio” gli animali parlano e c’è una fatina - ma ben presto il lettore capisce che gli verrà raccontata una fiaba assai particolare, il cui protagonista non sarà un re ma un umile pezzo di legno da catasta, di quelli che s’usano per scaldare la casa in inverno (buon per Pinocchio che Geppetto, nelle cui mani quel pezzo di legno finisce, abbia voluto farne tutt’altro uso). Insomma, si tratta d’una fiaba ambientata non tra i castelli e i reami d’un mondo straordinario bensì nella povera campagna toscana dell’Ottocento, fatta di tanti paesetti ove hanno bottega bravi artigiani cui piace il vino come mastro Ciliegia (il cui naso per il bere s’era fatto paonazzo), ove tirano a campare strambi vecchietti come Geppetto (il personaggio che dal pezzo di legno ricavò poi un burattino), ove s’aggirano manigoldi tra tre soldi come il Gatto e la Volpe, ove i carabinieri incarnano un potere statale lontano e non sempre giusto, ove giungono ogni tanto circhi e burattinai che fanno marinare ai ragazzi una scuola tutto sommato piuttosto noiosa per quanto da pochi anni resa obbligatoria in tutto il Regno d’Italia. Perché un burattino di legno, ma anche un ragazzino normale, dovrebbe andare volentieri in una simile scuola? Per far contento il re, la maestra, i carabinieri e i genitori, rispondevano in tanti, all’epoca di Collodi. Ma lui, che dell’educazione scolastica di tutti i ragazzini italiani era un fervente sostenitore, aveva idee un po’ più originali, in merito…


^ L’OPERA

Quando, nel 1881 e dunque ormai cinquantacinquenne, Carlo Lorenzini (che aveva scelto, per firmare i suoi libri, lo pseudonimo di Collodi, dal nome del paese d’origine della madre) cominciò a pubblicare, a puntate su “Il giornale dei bambini”, il suo romanzo “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, egli aveva alle spalle una lunga carriera di giornalista, scrittore di testi narrativi e teatrali, estensore di varie opere scolastiche. E’ per aver inventato l’ormai amatissimo - in tutto il mondo, da ragazzi e adulti - burattino di legno che Collodi è, però, diventato un autore di fama internazionale.

Dunque, da un pezzo di legno ricevuto in dono dal vecchio falegname chiamato mastro Ciliegia, nella cui bottega quel pezzo era andato a finire, un vecchietto di nome Geppetto ricavò un burattino cui mise nome Pinocchio. Il burattino, sorprendentemente, cominciò subito a comportarsi come un bambino vero: parlava, camminava, pensava, mangiava, rideva e piangeva. Però era uno scavezzacollo (anche, spesso, bugiardo e quando diceva bugie gli s’allungava il naso) e faceva disperare il povero Geppetto, ormai diventato il suo padre (anzi, il duo “babbo” come dicono in Toscana) adottivo. Intenzionato a tiralo su bene (in ciò, anche aiutato da un Grillo Parlante che fa a Pinocchio continue prediche), Geppetto gli comprò un bel libro per studiare ((i soldi per il libro li ottenne vendendo la sua vecchia casacca) e lo mandò a scuola.. Pinocchio sembrava finalmente disposto a ubbidire…


Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere, domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e…voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento…


Ma gli basta sentire una musichetta da fiera e la scuola, e la casacca nuova per Geppetto, sono subito scordate. C’è un teatro di burattini, in paese, e lo attira più della scuola. Il padrone dei burattini, un certo Mangiafuoco, s’arrabbia con Pinocchio, poiché s’è messo a giocare con gli altri burattini distraendoli dal lavoro, ma alla fine, a sentire dei sacrifici di Geppetto, si commuove e dona a Pinocchio dei cinque monete d’oro, da portare al suo babbo. Tutto contento, Pinocchio si mette in cammino per tornare a casa ma strada facendo incontra due loschi figuri, il Gatto e la Volpe, che decidono, saputo delle monete d’oro, di rubargliele. Così avviene e, dopo il furto, essi cercano pure d’impiccarlo. Per fortuna, lo soccorre una bella Bambina dai capelli turchini, una specie di fata che chissà perché vuol bene allo scapestrato burattino e continuerà poi a proteggerlo per tutto il libro, Ella manda i suoi fedeli animali a salvare Pinocchio eppoi…


prese in collo il povero burattino e, portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato…


In verità, non furono i medici a guarire Pinocchio bensì l’amorosa assistenza della fatina. Tornato in forze, però, il nostro scapestrato burattino continuò a combinar guai, finendo preso a una tagliola, catturato da un contadino che lo impiega come cane da guardia, persino rinchiuso in prigione. Tornato in cerca della fatina, apprende della sua morte ma, poi, la ritrova, viva e vegeta, e le promette d’essere buono e d’andare a scuola. Però si lascia tentar di nuovo da un’avventura, quella d’andar nel Paese dei Balocchi, ove nessuno studia né lavora e si diverte solamente. E’ un ragazzo di nome Lucignolo a parlargliene…




  • Ma è proprio vero – domandò il burattino – che in quel paese i ragazzi non hannomai l’obbligo di studiare?

  • Mai, mai, ami!

  • Che bel paese, che bel paese, che bel paese!




Naturalmente, si tratta d’un imbroglio. Al Paese dei Balocchi, i ragazzi per un po’ ci si divertono ma poi si trasformano in tanti ciuchini, da sfruttare facendoli lavorare, appunto, come ciuchi. Lucignolo, addirittura ne muore. Pinocchio, rimasto azzoppato, viene gettato in mare e mangiato da un enorme pescecane (torna così a essere un burattino ma finisce nella sua pancia). E chi ci trova? Il suo babbo Geppetto, anch’egli mangiato dal pesce cane, quando s’era messo in mare in cerca del suo figliolo adottivo. Alla fine riescono a salvarsi e Pinocchio, questa volta, mette la testa davvero a posto, cessando di essere un burattino di legno e diventando un bel bambino. Si rivolge allora a Geppetto…




  • Levatemi una curiosità, babbino…e il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

  • Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò a un grosso burattino appoggiato a una seggiola…con le braccia ciondoloni…

  • Com’ero buffo, quand’ero un burattino, e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!



L’AUTORE

Carlo Lorenzini nacque a Firenze nel 1826. Il padre, un cuoco, era nativo di Cortona, nell’aretino. La madre di Collodi, un paese tra Pistoia e Lucca che poi suggerì a Carlo lo pseudonimo usato per i suoi libri. Fece studi abbastanza regolari (non marinava la scuola come Pinocchio), dai quali ricavò soprattutto un grande amore per i libri. Ne lesse molti, finendo col fare come primo lavoro l’impiegato in una libreria fiorentina, e molti anche ne scrisse, persino una raccolta di fiabe. Convinto sostenitore della libertà e dell’unità d’Italia, all’epoca divisa in molti stati a dominanza straniera, nel 1848 partecipò da volontario, come tanti altri giovani toscani che si fecero onore nelle battaglie di Curtatone e Montanara, alla Prima Guerra per l’Indipendenza. Restò fervente patriota fino alla creazione, nel 1861, del Regno d’Italia, per la cui crescita culturale si impegnò molto, scrivendo anche libri scolastici.





Fece per tutta la vita il giornalista e lo scrittore di romanzi umoristici e opere teatrali di tono satirico. Ebbe una vita solitaria e sedentaria: non si sposò, non si allontanò quasi mai da Firenze e, finchè visse, dall’adorata madre (cui certamente pensò, inventando la Fatina). Passò il suo tempo, oltre che a scrivere tanti libri e articoli di giornale, a fumare sigari toscani e a bighellonare, e bere, nelle osterie fiorentine (nonché, pare, ad avere molte avventure galanti). Ormai anziano, ideò il personaggio di Pinocchio, che gli diede fama mondiale ma quand’egli era già morto. L’evento avvenne nel 1890 e un giornale lo commentò così: “Fu, tra gli uomini di penna, uno di quelli che lavorarono di più ed ebbe sempre l’aria di non far nulla”. Un necrologio degno di Pinocchio!


^ LA MORALE DI PINOCCHIO

Nelle iniziali intenzioni collodiane la morale del libro era, forse, di tipo tradizionalmente pedagogico: i bambini disubbidienti rischiano di fare una brutta fine… Però, oltre che nello spigliato stile narrativo e nella geniale capacità di mescolare il fiabesco (un burattino vivo, una Fatina, animali parlanti) con un ritratto realistico della Toscana agreste della seconda metà dell’Ottocento (coi suoi artigiani, i suoi vagabondi, i suoi carabinieri, le sue trattorie ove si mangia, appunto, alla toscana), il fascino del libro consiste proprio nel continuo ribellarsi di Pinocchio alle regole della vita sociale, nel suo cercare l’avventura, al suo non ubbidire né alle prediche un po’ patetiche di Geppetto né agli indottrinamenti di un antipatico Grillo Parlante. Soltanto la Fata, aiutandolo nei momenti di difficoltà, lo spinge alla fine a crescere. Allora, la segreta pedagogia del libro risulta meno banale di quel che superficialmente non appaia: non è con le prediche che si aiutano i bambini a crescere, bensì permettendo loro, ma senza abbandonarli a se stessi, di esprimere la propria libertà, di vivere le proprie avventure, di fare i propri sbagli.





^ LA LETTERATURA PER L’INFANZIA

Nell’anno in cui uscì in volume “Le avventure di Pinocchio. Avventure di un burattino” di Collodi, furono pubblicati anche “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll e “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson. Che anno memorabile, per la letteratura per l’infanzia! Vale però la pena di soffermarsi su questo concetto... Quali caratteristiche ha un libro, per essere classificato come facente parte della letteratura per l’infanzia? Nel caso dei libri appena ricordati, quelli di Collodi e Carroll e Stevenson, ce n’è una essenziale: i loro autori li scrissero espressamente per piccoli lettori (il fatto che tutti e tre siano risultati così belli da essere poi piaciuti anche ai grandi, anzi da essere diventati tre capolavori della letteratura senza aggettivi, dimostra soltanto che tutte le strade portano all’arte, quando sono ben lastricate). Sono, peraltro, finiti col diventare, in versione ridotta, letteratura per l’infanzia anche libri che, originariamente, non furono scritti per i bambini. Per esempio, le “Fiabe” dei fratelli Grimm o “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe o “I viaggi di Gulliver” di Johnatan Swift. Nulla di male, purchè non spinga gli adulti a non leggerli, magari dicendo “Li ho già letti da bambino” poiché, a dire il vero, essi non hanno letto davvero libri bensì loro, bambineggianti riduzioni. Meglio la genuina letteratura per l’infanzia, allora: quella - che piace anche agli adulti - di Collodi, di Carroll e di Stevenson!


^ IL CONTESTO STORICO E CULTURALE

Il contesto storico che vede nascere “Le avventure di Pinocchio” è uno stato italiano che, dopo le lotte di popolo e le guerre del Risorgimento, è finalmente riuscito a diventare libero e unitario, sotto la monarchia dei Savoia, inizialmente sovrani del solo Regno di Piemonte (l’unico, tra i molti staterelli dell’Italia preunitaria, che abbia praticato una durevole politica, diplomatica e militare, tesa all’unificazione dell’Italia medesima). Collodi si era impegnato, per il Risorgimento italiano, fin fa giovane, andando volontario alla guerra contro l’Austria del 1848, e sentiva come suo dovere impegnarsi anche dopo, a regno d’Italia alfine realizzato, affinché i ragazzi di tutte le regioni d’Italia – troppo a lungo disunite e frammentate - imparassero davvero a diventare cittadini d’un unico stato. Un importante politico italiano, Massimo d’Azeglio ebbe a dire: “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”, intendendo che il popolo del nuovo stato era ancora molto differenziato per cultura, lingua, usi e costumi. L’intento pedagogico, e dunque politico, di Collodi, nello scrivere non soltanto “Le avventure di Pinocchio” ma anche tutti i libri scolastici cui lavorò negli ultimi due decenni della sua vita fu proprio questo: dare una mano, scrivendo, a fare gli italiani.


^ GLI ASCENDENTI LETTERARI DI PINOCCHIO

Donde viene il capolavoro collodiano? Certamente dalle fiabe, quelle classiche di Perrault e del Seicento francese, da Collodi tradotte in italiano (“I racconti delle fate”, 1876) tenendo conto, però, delle caratteristiche delle fiabe toscane, ch’egli ben conosceva e che tutti gli studiosi definiscono più realistiche e meno favolose (come “Le avventure di Pinocchio”, insomma) di quelle del resto d’Europa. Occorre non dimenticare, inoltre, la tradizione del romanzo picaresco spagnolo: che altro è Pinocchio, in fondo, se non un “picaro” di legno, che passa di peripezia in peripezia, di disgrazia in disgrazia, lungo un percorso di formazione alfine ben concluso? Neppure la tradizione del bozzettismo comico toscano, di cui Collodi fu maestro con Renato Fucini e altri ancora, va scordata. Infine, guardando a ciò che accadeva fuori d’Italia in quei tempi, va ricordato che Mark Twain aveva scritto “Le avventure di Tom Sawyer” nel 1876 (ed è probabile che Collodi l’avesse letto) e che nel 1883, l’anno medesimo dell’uscita in volume di Pinocchio, furono pubblicati “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson e “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. Insomma, nel mondo della letteratura mondiale, i ragazzini scapestrati cominciavano a diventare protagonisti di romanzi. La genialità di Collodi fu di travestire il suo ragazzino scapestrato da burattino di legno.


^ LA CUCINA TOSCANA DEL “GAMBERO ROSSO”

C’è un episodio, ne “Le avventure di Pinocchio”, ove Collodi fa sfoggio di tradizionale cultura gastronomica toscana. Sapendo che Pinocchio ha cinque monete d’oro, il Gatto e la Volpe, affamati, lo portano, con l’intenzione di abbuffarsi a sue spese, all’osteria del Gambero Rosso. Il Gatto mangiò “…trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa…” e la Volpe “…una lepre dolce e forte e un cibreino di pernici, di starne, di ranocchie…”. Le triglie al pomodoro (alla livornese, si dice in Toscana), la trippa, la lepre dolce e forte (cioè con pinoli, aceto, uva passa e cioccolato) e il cibreo (che si fa con frattaglie d’animale, uova e limone) son piatti della cucina toscana d’una volta ma si possono mangiare ancora, a ben cercare, in città come in campagna, nelle trattorie giuste.


^ LA FORTUNA

L’eccezionale successo mondiale de “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è testimoniata non soltanto dal fatto che il libro è stato tradotto in decine e decine di lingue, venendo così diffuso e letto in tutti i continenti, sia dai bambini che dagli adulti, ma anche dalla quantità di studi critici che ne hanno indagato stile e significati, dalle molte versioni teatrali, dalle varie opere d’arte da esso ispirate nonché dai numerosi film da esso tratti. Cominciò, nel 1911, il regista romano Giulio Cesare Antamoro, filmando un “Pinocchio”, logicamente muto, le cui avventure lo portavano addirittura, poco collodianamente, a cader prigioniero dei pellirosse. Vennero poi molte altre opere cinematografiche sulle vicende del burattino, persino un cartone animato russo, del 1939, intitolato “Pinocchio e la chiave d’oro”. I più celebri film che hanno come protagonista Pinocchio sono però quello, anch’esso un cartone animato e anch’esso del 1939, di Walt Disney (con un Pinocchio vestito alla tirolese), “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini del 1972, il “Pinocchio” di Roberto Benigni del 2002. Ma anche il piccolo protagonista di “A.I. - Artificial Intelligence”, 2001, di Steven Spielberg, da un’idea di Stanley Kubrick, è a suo modo una filmica incarnazione di Pinocchio: in tal caso non si tratta di un burattino bensì di un “robottino” che vuol diventare un bambino vero.





Magari, fare vedere anche altri filmici Pinocchi: Comencini, Benigni…




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