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Le avventure di pinocchio di Carlo Collodi (storia di un burattino)


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cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere


giustizia.


Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte


al racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non


ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.


A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti


da giandarmi.


Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:


- Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro:


pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. -


Il burattino, sentendosi dare questa sentenza tra capo e collo,


rimase di prencisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a


scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo


condussero in gattabuia.


E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e


vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso


fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore


che regnava nella città di Acchiappacitrulli, avendo riportato una


gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche,


luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e


in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le


carceri e mandati fuori tutti i malandrini.


- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, disse


Pinocchio al carceriere.


- Voi no, rispose il carceriere, perché voi non siete del bel


numero.


- Domando scusa, - replicò Pinocchio, - sono un malandrino


anch'io.


- In questo caso avete mille ragioni, - disse il carceriere; e


levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le


porte della prigione e lo lasciò scappare.


Capitolo 20.


Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata;


ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso


alla tagliuola.


Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero.


Senza stare a dire che è e che non è, uscì subito fuori della


città e riprese la strada, che doveva ricondurlo alla casina della


Fata.


A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un


pantano e ci si andava fino a mezza gamba. Ma il burattino non se


ne dava per inteso. Tormentato dalla passione di rivedere il suo


babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti


come un can levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano


fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra sé e sé: -


Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perché io


sono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte


le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e


che hanno mille volte più giudizio di me!... Ma da questa volta in


là, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo


ammodo e ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi,


a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai


una per il su' verso. E il mio babbo mi avrà aspettato? Ce lo


troverò a casa della Fata? E' tanto tempo, pover'uomo, che non lo


vedo più, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai


baci! E la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatta?...


E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure


amorose... e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a


lei!... Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di


me?


Nel tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato e


fece quattro passi indietro.


Che cosa aveva veduto?...


Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada,


che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata,


che gli fumava come una cappa di camino.


Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale,


allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un


monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una


buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della


strada.


Aspettò un'ora; due ore: tre ore: ma il Serpente era sempre là, e,


anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco


e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.


Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a


pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e


sottile, disse al Serpente:


- Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un


pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? -


Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.


Allora riprese colla solita vocina:


- Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il


mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo


più... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?


Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non


venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di


vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si


chiusero e la coda gli smesse di fumare.


- Che sia morto davvero? - disse Pinocchio, dandosi una fregatina


di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo,


fece l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della


strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il


serpente si rizzò all'improvviso, come una molla scattata: e il


burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per


terra.


E per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel


fango della strada e con le gambe ritte su in aria.


Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capo fitto con una


velocità incredibile, il Serpente fu preso da una tal convulsione


di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo


ridere, gli si strappò una vena sul petto; e quella volta morì


davvero.


Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della


Fata avanti che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo


più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo


coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscatella. Non


l'avesse mai fatto!


Appena giunto sotto la vite, crac... sentì stringersi le gambe da


due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano


in cielo .


Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola appostata là


da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il


flagello di tutti i pollai del vicinato.


Capitolo 21.


Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da


can di guardia a un pollaio.


Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a


strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili,


perché lì all'intorno non si vedevano case e dalla strada non


passava anima viva.


Intanto si fece notte.


Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi


e un po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei


campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un


tratto, vedendosi passare una lucciola di sul capo, la chiamò e le


disse:


- O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo


supplizio?


- Povero figliuolo! - replicò la Lucciola, fermandosi impietosita


a guardarlo. - Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra


codesti ferri arrotati?


- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva


moscadella, e...


- Ma l'uva era tua?


- No.


- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?


- Avevo fame...


- La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per poter


appropriarsi la roba che non è nostra.


- E' vero, è vero! - gridò Pinocchio piangendo - ma un'altra volta


non lo farò più.


A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore


di passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo che veniva


in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli


mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta presa al


trabocchetto della tagliuola.


E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la


lanterna di sotto al pastrano, s'accorse che, invece di una faina,


c'era rimasto preso un ragazzo.


- Ah, ladracchiolo! - disse il contadino incollerito - dunque sei


tu che mi porti via le galline?


- Io no, io no! - gridò Pinocchio, singhiozzando. - Io son entrato


nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!


- Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia


fare a me che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.


E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo


portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di


latte.


Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in


terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:


- Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li


aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che


mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto.


Tu mi farai da cane di guardia.


Detto fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di


spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo, da non poterselo


levare passandoci la testa di dentro. Al collare c'era attaccata


una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.


- Se questa notte - disse il contadino - cominciasse a piovere, tu


puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la


paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane.


E se pel disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi


ritti e di abbaiare.


Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa


chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio


rimase accovacciato sull'aia, più morto che vivo, a motivo del


freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi


rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola,


diceva piangendo:


- Mi sta bene! Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo


svogliato, il vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi


compagni, e per questo la fortuna mi perseguita sempre. Se fossi


stato un ragazzino per bene, come ce n'è tanti; se avessi avuto


voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio


povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi,


a fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh! se


potessi rinascere un'altra volta... Ma oramai è tardi, e ci vuol


pazienza!


Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò


dentro il casotto e si addormentò.


Capitolo 22.


Pinocchio scopre i ladri e in ricompensa di essere stato fedele,


vien posto in libertà.


Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso


la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di


vocine strane, che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la


punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio


quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non


erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi


specialmente d'uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine,


staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del casotto e disse


sottovoce:


- Buona sera, Melampo.


- Io non mi chiamo Melampo - rispose il burattino.


- O dunque chi sei?


- Io sono Pinocchio.


- E che cosa fai costì?


- Faccio il cane di guardia.


- O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo


casotto?


- E' morto questa mattina.


- Morto? Povera bestia! Era tanto buono... Ma giudicandoti alla


fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.


- Domando scusa, io non sono un cane!


- O chi sei?


- Io sono un burattino.


- E fai da cane di guardia?


- Pur troppo: per mia punizione!


- Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto


Melampo: e sarai contento.


- E questi patti sarebbero?


- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a


visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di


queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a


condizione, s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non


ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino.


- E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio.


- Faceva così, e fra noi e lui, siamo andati sempre d'accordo.


Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire


di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata per la


colazione di domani. Ci siamo intesi bene?


- Anche troppo bene! - rispose Pinocchio; e tentennò il capo in un


certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: "Fra poco ci


riparleremo!".


Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro,


andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al


casotto del cane; e aperta a furia di denti e di unghioli la


porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina, vi sgusciarono


dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite d'entrare,


che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.


Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento


di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una


grossa pietra, a guisa di puntello.


E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un


cane di guardia, faceva colla voce "bu-bu-bu-bu".


A quell'abbaiata, il contadino saltò il letto, e preso il fucile e


affacciatosi alla finestra, domandò:


- Che c'è di nuovo?


- Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio.


- Dove sono?


- Nel pollaio.


- Ora scendo subito.


E difatti, in men che si dice amen, il contadino scese: entrò di


corsa nel pollaio, e dopo avere acchiappate e rinchiuse in un


sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera


contentezza:


- Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì


vil non sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste


del vicino paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre


dolce e forte. E' un onore che non vi meritate, ma gli uomini


generosi, come me, non badano a queste piccolezze!


Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze,


e, fra le altre cose, gli domandò:


- Com'hai fatto a scoprire il complotto di queste quattro


ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era


mai accorto di nulla!


Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva:


avrebbe potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano


fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto,


pensò subito dentro di sé: - A che serve accusare i morti? I morti


son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di


lasciarli in pace.


- All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? -


continuò a chiedergli il contadino.


- Dormivo - rispose Pinocchio - ma le faine mi hanno svegliato coi


loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi:


"Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti


regaleremo una pollastra bell'e pelata!". Capite, eh? Avere la


sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perché bisogna


sapere che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di


questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di reggere


il sacco alla gente disonesta.


- Bravo ragazzo! - gridò il contadino, battendogli sur una spalla.


- Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande


soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. E gli


levò il collare da cane.


Capitolo 23.


Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli


turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare,


e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo


Geppetto.


Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di


quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai


campi, e non si fermò un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la


strada maestra, che doveva ricondurlo alla casina della Fata.


Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella


sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove


disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra


mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande,


alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma, guarda di


qui guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa


della bella Bambina dai capelli turchini.


Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre


con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi


minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la


Casina bianca non c'era più. C'era invece una piccola pietra di


marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste


dolorose parole:


^ QUI GIACE


LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI


MORTA DI DOLORE


PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO


FRATELLINO PINOCCHIO.


Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio


quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e


coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande


scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul


far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse


più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti


e acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco.


E piangendo diceva:


- O Fatina mia, perché sei morta? perché, invece di te, non sono


morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona? E il


mio babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che


voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O


Fatina mia, dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi


vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci, ritorna


viva come prima! Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da


tutti? Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo


dell'albero... e allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia


qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo,


chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi


farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio


che morissi anch'io! Sì, voglio morire!... ih! ih! ih!...


E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi


strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté


nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.


Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale


soffermatosi, a ali distese, gli gridò da una grande altezza:


- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?


- Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso


quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della


giacchetta.


- Dimmi - soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra i


tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?


- Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripeté il burattino


saltando subito in piedi. - Pinocchio sono io!


Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a


posarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.


- Conoscerai dunque anche Geppetto? - domandò al burattino.


- Se lo conosco! E' il mio povero babbo! ti ha forse parlato di


me? Mi conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi per carità; è


sempre vivo?




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