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Le avventure di pinocchio di Carlo Collodi (storia di un burattino)


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sorridendo:


- Come stai, mio caro Lucignolo?


- Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.


- Lo dici proprio sul serio?


- E perché dovrei dirti una bugia?


- Scusami, amico: e allora perché tieni in capo codesto berretto


di cotone che ti copre tutti gli orecchi?


- Me l'ha ordinato il medico, perché mi son fatto male a questo


ginocchio. E tu, caro burattino, perché porti codesto berretto di


cotone ingozzato fin sotto il naso?


- Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono sbucciato un piede.


- Oh, povero Pinocchio!


- Oh, povero Lucignolo!


A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il


quale, i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto


di canzonatura.


Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata,


disse al suo compagno:


- Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di


malattia agli orecchi?


- Mai!... E tu?


- Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi


fa spasimare.


- Ho lo stesso male anch'io.


- Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?


- Tutte e due. E tu?


- Tutti e due. Che sia la medesima malattia?


- Ho paura di sì.


- Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?


- Volentieri! Con tutto il cuore.


- Mi fai vedere i tuoi orecchi?


- Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.


- No: il primo devi essere tu.


- No, carino. Prima tu, e dopo io!


- Ebbene, - disse allora il burattino - facciamo un patto da buoni


amici.


- Sentiamo il patto.


- Leviamoci tutti e due il berretto nello stesso tempo: accetti?


- Accetto.


Dunque attenti!


Pinocchio cominciò a contare a voce alta:


- Uno! Due! Tre!


Alla parola "tre!" i due ragazzi presero i loro berretti di capo e


li gettarono in aria.


E allora avvenne una scena che parrebbe incredibile, se non fosse


vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro


colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar


mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi


smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col


dare in una bella risata.


E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che,


sul più bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e


barcollando e cambiando di colore, disse all'amico:


- Aiuto, aiuto, Pinocchio!


- Che cos'hai?


- Ohimè! Non mi riesce più di star ritto sulle gambe.


- Non mi riesce più neanche a me - gridò Pinocchio, piangendo e


traballando.


E mentre dicevano così, si piegarono tutti e due carponi a terra


e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a


correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci


diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e


le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro,


brizzolato di nero.


Ma il momento più brutto per que' due sciagurati sapete quando fu?


Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono


spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal


dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.


Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano


fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutti e


due in coro: ihah, ihah, ihah.


In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori


disse:


- Aprite! Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi portò


in questo paese. Aprite subito, o guai a voi!


Capitolo 33.


Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il


Direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare


e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra


un altro, per far con la sua pelle un tamburo.


Vedendo che la porta non si apriva, l'Omino la spalancò con un


violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col


suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:


- Bravi ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito


riconosciuti alla voce. E per questo eccomi qui. -


A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù,


con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.


Da principio l'Omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò; poi,


tirata fuori la striglia, cominciò a strigliarli per bene. E


quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due


specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza


del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto


guadagno.


E i compratori difatti, non si fecero aspettare.


Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro


il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al Direttore di una


compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo comprò


per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le


altre bestie della compagnia.


E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual'era il bel mestiere


che faceva l'Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una


fisonomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un


carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con


promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia


i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li


conduceva nel Paese dei balocchi perché passassero tutto il loro


tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei


poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non


studiar mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e


contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere


e su i mercati. E cosi in pochi anni aveva fatto fior di quattrini


ed era diventato milionario


Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che


Pinocchio andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima


e strapazzata.


Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la


greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una


boccata, la risputò.


Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma


neppure il fieno gli piacque.


- Ah, non ti piace neppure il fieno? - gridò il padrone imbizzito.


- Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il


capo, penserò io a levarteli! -


E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle


gambe.


Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e


ragliando, disse:


- Ihah, ihah, la paglia non la posso digerire!


- Allora mangia il fieno! - replicò il padrone, che intendeva


benissimo il dialetto asinino.


- Ihah, ihah, il fieno mi fa dolere il corpo!


- Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo, lo dovessi


mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? - soggiunse il


padrone arrabbiandosi sempre più e affibbiandogli una seconda


frustata.


A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chetò subito


e non disse altro.


Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perché


erano molte ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal


grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva


un forno.


Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a


masticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben bene,


chiuse gli occhi e lo tirò giù.


- Questo fieno non è cattivo - poi disse dentro di sé - ma quanto


sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare... A


quest'ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan


fresco e una bella fetta di salame! Pazienza!


La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro


po' di fieno; ma non lo trovò, perché l'aveva mangiato tutto nella


notte.


Allora prese una boccata di paglia tritata; ma in quel mentre che


masticava si dové accorgere che il sapore della paglia tritata non


somigliava punto né al risotto alla milanese né ai maccheroni alla


napoletana.


- Pazienza! - ripeté, continuando a masticare. - Che almeno la mia


disgrazia possa servir di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti


e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!...


- Pazienza un corno! - urlò il padrone, entrando in quel momento


nella stalla. - Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia


comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho


comprato perché tu lavori e perché tu mi faccia guadagnare molti


quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo e là ti


insegnerò a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di


foglio e a ballare il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe


di dietro.


Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dové imparare tutte


queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi


di lezioni e molte frustate da levare il pelo.


Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone poté annunziare


uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario


colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano così:


^ GRANDE SPETTACOLO DI GALA


Per questa sera


AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI


ED ESERCIZI SORPRENDENTI


ESEGUITI DA TUTTI GLI ARTISTI


E DA TUTTI I CAVALLI D'AMBO I SESSI DELLA COMPAGNIA


E PIU'


^ SARA' PRESENTATO PER LA PRIMA VOLTA


IL FAMOSO


CIUCHINO PINOCCHIO


detto


LA STELLA DELLA DANZA


Il teatro sarà illuminato a giorno


Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse


lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.


Non si trovava più né una poltrona, né un posto distinto, né un


palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro.


Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di


ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la


smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.


Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della


compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e


stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si presentò


all'affollatissimo pubblico e fatto un grande inchino principiò


con molta solennità il seguente spropositato discorso:


"Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!


"L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre


metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonché il piacere di


presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre


ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di Sua


Maestà l'imperatore di tutte le Corti principali d'Europa.


"E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza


e compatiteci!"


Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi; ma


gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano


alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era


tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra,


con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi:


la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di


seta rossa; una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla


vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e


celeste. Era insomma un ciuchino da innamorare!


Il Direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste poche


parole:


"Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle


grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare


questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in


montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego,


quanta selvaggina trasudi da' suoi occhi, conciossiaché essendo


riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei


quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere all'affabile


dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi da


lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io però,


seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola


cartagine ossea, che la stessa Facoltà medicea di Parigi riconobbe


esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza


pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo, nonché


nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.


Ammiratelo! e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da


voi, permettete, o signori che io vi inviti al diurno spettacolo


di domani sera: ma nella apoteosi che il tempo piovoso minacciasse


acqua, allora lo spettacolo, invece di domani sera, sarà


posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del


pomeriggio."


E qui il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi


volgendosi a Pinocchio, gli disse:


- Animo Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi,


salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi!


Pinocchio, ubbidiente, piegò subito i due ginocchi davanti fino a


terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore,


schioccando la frusta, non gli gridò:


- Al passo! -


Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe e cominciò a


girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.


Dopo un poco il direttore gridò:


- Al trotto! - e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo


in trotto.


- Al galoppo! - e Pinocchio staccò il galoppo.


- Alla carriera! - e Pinocchio si dette a correre di gran


carriera. Ma in quella che correva come un barbero, il direttore,


alzando il braccio in aria, scaricò un colpo di pistola.


A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel


Circo, come se fosse moribondo davvero.


Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di


battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente


di alzare la testa e di guardare in su... e guardando, vide in un


palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana


d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era


dipinto il ritratto d'un burattino.


- Quel ritratto è il mio!... e quella signora è la Fata! - disse


dentro di sé Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi


vincere dalla gran contentezza, si provò a gridare:


- O Fatina mia, o Fatina mia!


Ma invece di queste parole, gli usci dalla gola un raglio cosi


sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori e


segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.


Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che


non è buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli


dié col manico della frusta una bacchettata sul naso.


Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, durò a


leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse così di


rasciugarsi il dolore che aveva sentito.


Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una


seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era


sparita!...


Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e


cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse, e,


meno degli altri, il Direttore, il quale, anzi, schioccando la


frusta, gridò:


- Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con


quanta grazia sapete saltare i cerchi.


Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava


davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più


comodamente di sotto. Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma


le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel


cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in


un fascio.


Quando si rizzò, era azzoppito, e a malapena poté ritornare alla


scuderia.


- Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! -


gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al


tristissimo caso.


Ma il ciuchino per quella sera non si fece più rivedere.


La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie,


quando l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per


tutta la vita.


Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:


- Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un


mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.


Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale


domandò al garzone di stalla:


- Quanto vuoi di codesto ciuchino zoppo?


- Venti lire.


- Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per


servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la


pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la


banda musicale del mio paese.


Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero


Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!


Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse


il ciuchino sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e


legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli dié


improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.


Pinocchio, con quel macigno al collo, andò subito a fondo: e il


compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a


sedere sopra uno scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto


il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle.


Capitolo 34.


Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad


essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è


ingoiato dal terribile Pescecane.


Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il


compratore disse, discorrendo da sé solo:


- A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere


bell'affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle


questo bel tamburo.


E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una


gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior


d'acqua... indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire


a fior d'acqua un burattino vivo, che scodinzolava come


un'anguilla.


Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credé di sognare e


rimase li intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della


testa.


Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e


balbettando:


- E il ciuchino che ho gettato nel mare dov'è?


- Quel ciuchino son io! - rispose il burattino, ridendo.


- Tu?


- Io.


- Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?


- Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul


serio.


- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando


nell'acqua, sei diventato un burattino di legno?


- Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi


scherzi.


- Bada burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie


spalle! Guai a te se mi scappa la pazienza!


- Ebbene, padrone; volete sapere tutta la vera storia?


Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò. -


Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera


storia, gli sciolse subito il nodo della fune che lo teneva


legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello


nell'aria, prese a dirgli così:


- Sappiate dunque che io ero un burattino di legno, come sono


oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo,


come in questo mondo ce n'è tanti: se non che per la mia poca


voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di


casa... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un


somaro con tanto d'orecchie... e con tanto di coda... Che vergogna




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