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Le avventure di pinocchio di Carlo Collodi (storia di un burattino)


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LE AVVENTURE DI PINOCCHIO di Carlo Collodi


(storia di un burattino).


INDICE.


Capitolo 1: pagina 4.


Capitolo 2: pagina 8.


Capitolo 3: pagina 13.


Capitolo 4: pagina 19.


Capitolo 5: pagina 23.


Capitolo 6: pagina 27.


Capitolo 7: pagina 30.


Capitolo 8: pagina 35.


Capitolo 9: pagina 39.


Capitolo 10: pagina 43.


Capitolo 11: pagina 47.


Capitolo 12: pagina 52.


Capitolo 13: pagina 59.


Capitolo 14: pagina 64.


Capitolo 15: pagina 69.


Capitolo 16: pagina 73.


Capitolo 17: pagina 78.


Capitolo 18: pagina 85.


Capitolo 19: pagina 92.


Capitolo 20: pagina 97.


Capitolo 21: pagina 101.


Capitolo 22: pagina 105.


Capitolo 23: pagina 110.


Capitolo 24: pagina 118.


Capitolo 25: pagina 127.


Capitolo 26: pagina 132.


Capitolo 27: pagina 136.


Capitolo 28: pagina 145.


Capitolo 29: pagina 152.


Capitolo 30: pagina 163.


Capitolo 31: pagina 171.


Capitolo 32: pagina 180.


Capitolo 33: pagina 189.


Capitolo 34: pagina 201.


Capitolo 35: pagina 211.


Capitolo 36: pagina 219.


Capitolo 1.


Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di


legno, che piangeva e rideva come un bambino.


C'era una volta...


- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.


- No ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.


Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di


quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per


accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.


Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo


pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il


quale aveva nome mastr'Antonio se non che tutti lo chiamavano


maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre


lustra e paonazza, come una ciliegia matura.


Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si


rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di mani per la


contentezza, borbottò a mezza voce:


- Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una


gamba di tavolino.


Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a


levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare


andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria,


perché sentì una vocina sottile sottile, che disse


raccomandandosi:


- Non mi picchiar tanto forte!


Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia.


Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai


poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno. Guardò


sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava


sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della


segatura, e nessuno; aprì l'uscio di bottega per dare un'occhiata


anche sulla strada, e nessuno. O dunque?


- Ho capito, - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, si


vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a


lavorare.


E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul


pezzo di legno.


- Ohi! tu m'hai fatto male! - gridò rammaricandosi la solita


vocina.


Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori


del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù


ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.


Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire tremando e


balbettando dallo spavento:


- Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto "ohi"? Eppure


qui non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che


abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non


lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da


caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da


far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia


nascosto dentro qualcuno? Se c'è nascosto qualcuno, tanto peggio


per lui. Ora l'accomodo io! -


E cosi dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo


di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti


della stanza.


Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che


si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e


nulla; dieci minuti, e nulla!


- Ho capito - disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la


parrucca - si vede che quella vocina che ha detto "ohi", me la


sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare. -


E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a


canterellare per farsi un po' di coraggio.


Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per


piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che


lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse


ridendo:


- Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! -


Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato.


Quando riapri gli occhi, si trovò seduto per terra.


Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di


paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla


gran paura.


Capitolo 2.


Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto,


il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che


sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.


In quel punto fu bussato alla porta.


- Passate pure - disse il falegname, senza aver la forza di


rizzarsi in piedi.


Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale


aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano


far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di


Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava


moltissimo alla polendina di granturco.


Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava


subito una bestia, e non c'era più verso di tenerlo.


- Buon giorno mastr'Antonio - disse Geppetto. - Che cosa fate


costi per terra?


- Insegno l'abbaco alle formicole.


- Buon pro vi faccia.


- Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?


- Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per


chiedervi un favore.


- Eccomi qui, pronto a servirvi, - replicò il falegname,


rizzandosi su i ginocchi.


- Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.


- Sentiamola.


- Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un


burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e


fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo,


per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino: che ve ne


pare?


- Bravo Polendina! - gridò la solita vocina, che non si capiva di


dove uscisse.


A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come


un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli


disse imbestialito:


- Perché mi offendete?


- Chi vi offende?


- Mi avete detto Polendina!


- Non sono stato io.


- Sta un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato


voi.


- No!


- Sì!


- No!


- Sì!


E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e


acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si


sbertucciarono.


Finito il combattimento, mastr'Antonio si trovò fra le mani la


parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in


bocca la parrucca brizzolata del falegname.


- Rendimi la mia parrucca! - gridò mastr'Antonio.


- E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. -


I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria


parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici


per tutta la vita.


- Dunque, compar Geppetto, - disse il falegname in segno di pace


fatta - qual è il piacere che volete da me?


- Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo


date?


Mastr'Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco


quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma


quando fu li per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette


uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, andò a


battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero


Geppetto.


- Ah! gli è con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate


la vostra roba? M'avete quasi azzoppito!


- Vi giuro che non sono stato io!


- Allora sarò stato io!


- La colpa è tutta di questo legno...


- Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle


gambe!


- Io non ve l'ho tirato!


- Bugiardo!


- Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!


- Asino!


- Polendina!


- Somaro!


- Polendina!


- Brutto scimmiotto!


- Polendina!


A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il


lume degli occhi, si avventò sul falegname; e lì se ne dettero un


sacco e una sporta.


A battaglia finita, mastr'Antonio si trovò due graffi di più sul


naso, e quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati


in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di


rimanere buoni amici per tutta la vita.


Intanto Geppetto prese con sé il suo bravo pezzo di legno, e


ringraziato mastr'Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.


Capitolo 3.


Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il


burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del


burattino.


La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da


un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una


seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto


rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco


acceso, ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c'era dipinta


una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di


fumo, che pareva fumo davvero.


Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose


a intagliare e a fabbricare il suo burattino.


- Che nome gli metterò? - disse fra sé e sé. - Lo voglio chiamar


Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una


famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la


madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più


ricco di loro chiedeva l'elemosina.


Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a


lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi


gli occhi .


Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse


che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.


Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe


quasi per male, e disse con accento risentito:


- Occhiacci di legno, perché mi guardate? -


Nessuno rispose.


Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena


fatto, cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci diventò in


pochi minuti un nasone che non finiva mai.


Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo


ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava


lungo!


Dopo il naso, gli fece la bocca.


La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a


ridere e a canzonarlo.


- Smetti di ridere! - disse Geppetto impermalito; ma fu come dire


al muro.


- Smetti di ridere, ti ripeto! - urlò con voce minacciosa.


Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.


Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene,


e continuò a lavorare. Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il


collo, poi le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.


Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal


capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla


in mano del burattino.


- Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! -


E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo


per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato.


A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece tristo e


melanconico, come non era stato mai in vita sua: e voltandosi


verso Pinocchio, gli disse:


- Birba d'un figliolo! Non sei ancora finito di fare, e già


cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!


E si rasciugò una lacrima.


Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.


Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un


calcio sulla punta del naso.


- Me lo merito! - disse allora fra sé. - Dovevo pensarci prima!


Oramai è tardi! -


Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul


pavimento della stanza, per farlo camminare.


Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e


Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un


passo dietro l'altro.


Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a


camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la


porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.


E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere,


perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre,


e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva


un fracasso come venti paia di zoccoli da contadini.


Piglialo! piglialo! - urlava Geppetto: ma la gente che era per la


via, vedendo questo burattino di legno che correva come un barbero


si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da


non poterselo figurare.


Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale,


sentendo tutto quello schiamazzo, e credendo si trattasse di un


puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò


coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll'animo


risoluto di fermarlo e d'impedire il caso di maggiori disgrazie.


Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere, che


barricava tutta la strada, s'ingegnò di passargli, per sorpresa,


framezzo alle gambe, e invece fece fiasco.


Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per


il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per


essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegnò nelle proprie


mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli


subito una buona tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase


quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di poterli


trovare: e sapete perché? perché, nella furia di scolpirlo si era


dimenticato di farglieli.


Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva


indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo.


- Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che


faremo i nostri conti! -


Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più


camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a


fermarsi lì dintorno e a far capannello.


Chi ne diceva una, chi un'altra.


- Povero burattino! - dicevano alcuni - ha ragione a non voler


tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di


Geppetto!


E gli altri soggiungevano malignamente:


- Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coi


ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è


capacissimo di farlo a pezzi!


Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimesse


in libertà Pinocchio, e condusse in prigione quel pover'uomo di


Geppetto. Il quale, non avendo parole lì per lì per difendersi,


piangeva come un vitellino, e nell'avviarsi verso il carcere,


balbettava singhiozzando:


- Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un


burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!


Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve


la racconterò in quest'altri capitoli.


Capitolo 4.


La storia di Pinocchio col Grillo parlante, dove si vede come i


ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa


più di loro.


Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era


condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio,


rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe


giù attraverso ai campi, per far più presto a tornarsene a casa; e


nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di


pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare


un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori.


Giunto dinanzi a casa, trovò l'uscio di strada socchiuso. Lo


spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si


gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di


contentezza.


Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza


qualcuno che fece:


- Crì-crì-crì!


- Chi è che mi chiama? - disse Pinocchio tutto impaurito.


- Sono io! -


Pinocchio si voltò e vide un grosso grillo che saliva lentamente


su su per il muro.


- Dimmi, Grillo, e tu chi sei?


- Io sono il Grillo parlante, e abito in questa stanza da più di


cent'anni.


- Oggi però questa stanza è mia, - disse il burattino, - e se vuoi


farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti


indietro.


- Io non me ne anderò di qui, - rispose il grillo, - se prima non


ti avrò detto una gran verità.


- Dimmela e spicciati.


- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che


abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene


in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.


- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che


domani, all'alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui,


avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a


dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a


studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho


punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a


salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.


- Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da


grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di


te?


- Chetati, Grillaccio del mal'augurio! - gridò Pinocchio.


Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male


di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:


- E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno


un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?


- Vuoi che te lo dica? - replicò Pinocchio, che cominciava a


perdere la pazienza. - Fra i mestieri del mondo non ce n'è che uno


solo, che veramente mi vada a genio.


- E questo mestiere sarebbe?


- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla


mattina alla sera la vita del vagabondo.


- Per tua regola, - disse il Grillo parlante con la sua solita


calma, - tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono quasi


sempre allo spedale o in prigione.


- Bada, Grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai


a te!


- Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!


- Perché ti faccio compassione?


- Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la


testa di legno. -


A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt'infuriato e preso


di sul banco un martello di legno lo scagliò contro il Grillo




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