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Ho deciso di approfondire in tutti I suoi aspetti IL periodo risorgimentale in Italia,stimolata dalla visione di alcuni film consegnatati dall’insegnante


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ITCG Umberto I


MARINELLI GIOVANNA


CLASSE 5°C geometri


As 2008/2009


TESINA PLURIDISCIPLINARE















PREMESSA:


Ho deciso di approfondire in tutti i suoi aspetti il periodo risorgimentale in Italia,stimolata dalla visione di alcuni film consegnatati dall’insegnante:

“Senso” di Luchino Visconti e “Il gattopardo” anch’esso di Luchino Visconti, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

I film in questione girati rispettivamente nel 1954 e nel 1963, mi sono sembrati significativi di un periodo culturalmente e politicamente fervido, nel quale gli ideali dell’unità d’Italia e della fratellanza forse furono preminenti nel popolo italiano rispetto agli interessi di parte politici ed economici.


^ Metodo di lavoro:


Dopo aver composto una mappa concettuale che mi sembra esaustiva di tutti gli aspetti dell’argomento che intendo approfondire,ho utilizzato per la consultazione e lo studio diversi strumenti di lavoro, quali: libri di testo, internet, romanzi, immagini.

Dopo aver visionato molti testi, ho operato le mie scelte in base a ciò che mi ero prefissa ed ho steso l’elaborato che segue…


^ MAPPA DEI CONTENUTI:



Risorgimento









































LETTERATURA


Tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo, l’Europa fu interessata dal movimento storico, politico, sociale, culturale e spirituale del Romanticismo che ha prodotto un profondo mutamento nelle lettere, nelle arti, e nel costume.

Nato in Germania ben presto il Romanticismo si sviluppò anche in Italia e negli altri stati europei.

Avendo assunto caratteri diversi in ogni nazione, è difficile definirlo perché, per la diversità della tradizione nazionale, in alcuni paesi sembrò un movimento rivoluzionario, in altri un movimento di restaurazione (fede nell'umanità buona allo stato di natura...) Ma, nonostante tali diversità, si possono descrivere i caratteri generali, comuni a tutti i paesi:

  • L'importanza data al sentimento, contro il razionalismo degli illuministi, secondo il quale tutti gli uomini erano uguali, mentre per i romantici il sentimento è diverso in tutti gli uomini e ne caratterizza la libera individualità. (Il Foscolo nei Sepolcri afferma la forza eroica del sentimento contro la fredda ragione che rende inutili le tombe). Tale scoperta del sentimento è l'aspetto centrale del Romanticismo che corrisponde in filosofia alla scoperta della creatività "Kantiana" dello spirito; però il romanticismo filosofico si muove sempre sulla ragione analizzata più criticamente, mentre il Romanticismo letterario si muove sulla vita del sentimento. Per questo, in alcuni romantico c'è dissidio interiore tra ragione e sentimento;

  • Il chiarimento e l'esaltazione del concetto di Patria e di nazione, in contrapposizione al cosmopolitismo napoleonico. Questo aspetto venne sviluppato soprattutto nei paesi che avevano perduto la loro libertà a causa delle guerre napoleoniche e del congresso di Vienna;

  • Il ritorno alla fede religiosa, con cui il romanticismo superò il meccanismo materialistico del "Sensismo" e dell'ateismo razionalista. La fede che si costruirono i romantici era o fede nel culto delle umane illusioni (Foscolo) o nella poesia eternatrice degli eroi, o nella contemplazione idilliaca della natura (Leopardi) o nella fede cristiana (Manzoni). Mentre il cristianesimo dei romantici tedeschi è di origine protestante, quella degli italiani è cattolico o giansenista;

  • Il concetto dell'arte popolare, nato dalla funzione educativa della poesia, per cui s'allontana la mitologia e i metodi razionali del Classicismo, per affermare un'arte spontanea senza le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione;

  • Inquietudine e passionalità, nata dall'importanza data alla vita psicologica, da cui l'individualismo in contrasto con l'egualitarismo settecentesco; esaltazione della fantasia contro il rigido intellettualismo.


In Italia l'esigenza patriottica sfociava nella rivoluzione risorgimentale, venne rinnovato inoltre anche lo stile, che doveva adeguarsi alle esigenze del sentimento e la lingua si avvicinò a quella parlata e popolare; furono divulgati generi letterari nuovi, come i romanzi, le tragedie e i romanzi storici, le novelle in versi.

Alcuni tra i massimi esponenti di questa corrente letteraria furono Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni.


Alessandro Manzoni


BIOGRAFIA:

Alessandro Manzoni nasce a Milano il 15 marzo del 1785 da Giulia Beccaria (figlia del grande illuminista Cesare Beccaria) e dal conte Pietro Manzoni, esponente della piccola nobiltà lecchese.

Il Manzoni riceve l’educazione presso vari collegi e pur essendo insofferente di tale pedantesca educazione, della quale denunciò i limiti anche disciplinari, e pur venendo giudicato uno studente svogliato, egli, da tali studi acquisisce una buona formazione classica e un gusto letterario. A quindici anni sviluppa una sincera passione per la poesia e scrive due notevoli sonetti.

Nel 1805 Manzoni raggiunge la madre a Parigi,dove si imbeve della cultura francese classicheggiante in arte, e scettica in filosofia.

Tre anni dopo si trasferisce a Milano e sposa Enrichetta Blondel, calvinista , segnata da una religiosità intensa e nel 1810 intraprende un percorso di istruzione religiosa che la porterà a convertirsi al cattolicesimo al quale si convertirà anche lo stesso Manzoni, che abbandonerà definitivamente l’ateismo.

Poco dopo inizia la stesura degli “Inni Sacri” e di “Il Conte di Carmagnola” e si trasferisce di nuovo a Parigi dove inizia anche l’ “Adelchi”.

Nel 1821 invece scrive l’ode politica basata sul sentimento patriottico “Marzo 1821”, e inizia il primo abbozzo dei “Promessi Sposi”, che sottoposti ad un’attenta revisione linguistica usciranno nell’attuale versione nel 1840.

Manzoni muore a Milano il 28 aprile del 1873.


POETICA:

L’ambiente culturale milanese e quello parigino instillarono nell’animo del giovane Manzoni un insieme di ideali illuministici a cui egli sarebbe rimasto fedele sempre: libertà, fraternità e giustizia.

Manzoni espresse in maniera esemplare la sua poetica in una concisa dichiarazione del 1823: la poesia doveva proporsi “il vero per oggetto, l’utile per iscopo e l’interessante per mezzo”.
Il punto focale della sua riflessione è il vero, di cui l’utile e l’interessante sono solo dei momenti, delle parziali manifestazioni. L’utile coincide infatti con la moralità cristiana, con la capacità del poeta di far riflettere l’uomo sulla sua vicenda terrena di peccato e redenzione, quindi sulla verità della sua vita.
Anche l’interessante è riconducibile al vero, perché solo un argomento desunto dalla storia dell’uomo può realmente suscitare la sua curiosità e un piacere non effimero.
L’autore dei Promessi sposi si sforzò brillantemente di distinguere il vero poetico dal vero storico, giungendo così ad attribuire un ambito e una finalità specifica all’attività artistica. Il poeta non deve offrirci una conoscenza esteriore dei fatti, collegati da rapporti causali e temporali: tale compito è assolto infatti dagli storici. L’artista deve invece penetrare nel guazzabuglio del cuore umano, afferrando il processo spirituale che ha generato gli eventi e dunque il loro profondo significato. Il magistero che ci ha consegnato Manzoni si nasconde proprio nella sua capacità di scavo della coscienza, nell’introspezione dentro le zone oscure dell’Essere, alla ricerca di una traccia del divino.
Il risultato non è però un’arte religiosa, tutta incentrata sulla trascendenza: per citare il Sapegno, Manzoni tendeva ad una poesia “che avesse per oggetto la realtà umana, che aderisse alla vita per diventare a sua volta strumento di vita, patrimonio di civiltà per tutti”.
Su queste basi avvenne il suo incontro con gli sviluppi più recenti della letteratura europea, cioè col Romanticismo, impegnato nella lotta contro il Classicismo.


STORIA


Definizioni:


  • Nella prima metà dell'800 l'Italia conobbe un processo di graduale riscoperta e sempre più netta rivendicazione della propria identità nazionale. Questo processo, noto come Risorgimento, portò alla formazione dello Stato unitario Italiano, ovvero fece della penisola un organismo politico e indipendente a base nazionale.

  • Il processo che portò alla formazione di un unico Stato italiano venne definito dalla politica del tempo con un termine alquanto suggestivo: Risorgimento.

In verità questo termine allude ad una situazione che non esiste nella realtà storica: l’Italia prima dell’ Ottocento non fu mai unita e contesti completamente diversi erano quelli dei liberi Comuni o dell’impero Romano.

  • Il Risorgimento è un processo di rinnovamento culturale, politico e sociale che consentì la formazione dello stato nazionale in Italia. (1815-1870).



Situazione sociale:

Al momento dell’unità d’ Italia la grande maggioranza degli italiani era analfabeta. Solo il 20% della popolazione viveva nelle città mentre il restante 80% nelle campagne, vivendo con il reddito dell’attività economica prevalente; l’agricoltura che, pur se povera è caratterizzata da una grande varietà negli assetti produttivi: aziende agricole moderne (Pianura Padana), mezzadria (Italia centrale) e latifondo (Mezzogiorno).

Le condizioni di vita dei contadini erano generalmente poverissime, e molte malattie facevano vittime soprattutto negli strati più poveri della popolazione. Era quasi del tutto scomparsa la peste ma restavano altre malattie come il colera,tifo e tubercolosi, causata dall’umidità delle abitazioni e dalla scarsa alimentazione.

Questa realtà di arretratezza economica e culturale era assai molto poco conosciuta dalla classe dirigente.

La questione meridionale fu un grande problema nazionale dell'Italia unita, il problema riguardava il sottosviluppo economico e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861. I governi sabaudi avevano voluto instaurare in queste province un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese. L'abolizione degli usi e delle terre comuni, le tasse gravanti sulla popolazione, la coscrizione obbligatoria e il regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri, creò nel sud una situazione di forte malcontento. Da questo malcontento vennero fuori alcuni fenomeni: il brigantaggio, la mafia e l'emigrazione al nord Italia o all'estero.

Dopo l'unità d'Italia vi fu un rigetto nei confronti del governo da parte della povera gente del meridione. Tale rigetto si manifestò fra il 1861 e il 1865 con il fenomeno del brigantaggio. Il brigantaggio era localizzato in Calabria, Puglia, Campania e Basilicata dove bande armate di briganti iniziarono vere e proprie azioni di guerriglia nei confronti delle proprietà dei nuovi ricchi.

I briganti si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai

contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi

proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni. Fra i briganti, oltre ai braccianti estenuati dalla miseria, c'erano anche ex garibaldini sbandati ed ex soldati borbonici.


Cronologia degli eventi:

  • 1815- Congresso di Vienna

  • 1820-21- I moti interessano solo il Piemonte e il Regno delle Due Sicilie.

  • 1831- Insurrezione nei ducati di Modena e di Parma e in una parte dello stato pontificio. Mazzini fonda la Giovine Italia.

  • 1846-48- Biennio delle riforme in Italia.

    • 1848- L’ondata rivoluzionaria interessò l’intera Europa. Il movimento fece crollare la costruzione della restaurazione.

Rivolta a Palermo, Ferdinando II concede la Costituzione.

Carlo Alberto di Savoia dichiara la guerra all’Austria.

  • 1849- Armistizio di Vignale, si chiude la prima guerra d’indipendenza.

    • 1852- Primo governo di Cavour.

    • 1854- Invio delle truppe sabaude alla guerra di Crimea.

  • 1859-61- seconda guerra d’indipendenza (Francia e Piemonte).

  • 1860- I Mille sbarcano Marsala.

  • 1861- Unità d’ Italia.

  • 1866- La Prussia e l’Italia alleati contro l’Austria. Militarmente la guerra fu vinta dalla Prussia.

  • 1870- Per la completa unificazione geografica mancavano Trentino, Roma e Lazio.Rivendicazione di Roma capitale.



Personaggi:

Alcuni personaggi che contribuirono nel periodo Risorgimentale alla formazione di un’ Italia unita con il pensiero o con l’azione furono: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso Conte di Cavour, re Vittorio Emanuele II di Savoia.





  • Giuseppe Mazzini (1805-72), di Genova, patriota, uomo politico e scrittore. Entrato giovanissimo nella Carboneria fu denunciato nel 1830 e costretto all'esilio. A Marsiglia fondò allora la Giovine Italia il cui ideale era di rendere l'Italia "una, libera, indipendente, repubblicana". Nel '34, fallito un tentativo insurrezionale in Savoia, dovette riparare in Svizzera, dove fondò la Giovine Europa . Allo scoppio dei moti del'48 si recò a Milano e a Roma, dove fu eletto triumviro della Repubblica, ma con la caduta di questa dovette di nuovo rifugiarsi all'estero. Nel contempo riprese la sua attività rivoluzionaria : nel '53 fallì un tentativo di insurrezione a Milano, come miseramente fallirono analoghi tentativi in Lunigiana, Valtellina e quello condotto da Pisacane a Sapri ('57). Contrario alla monarchia, tentò nel '70 di sbarcare a Palermo per marciare su Roma, ma fu arrestato e imprigionato. Trascorse l'ultimo periodo della sua vita a Pisa sotto il falso nome di Brown.




  • Giuseppe Garibaldi (1807-82), generale e patriota italiano nato a Nizza. Nel '33 aderì alla Giovine Italia . Partecipò con insuccesso ai moti di Genova e dovette sfuggire alla polizia che gli aveva decretata la pena di morte. In Brasile, dove si era recato combatté con gli insorti del Rio Grande. Ivi conobbe Anita, che lo seguì in Uruguay, dove Garibaldi riportò una strepitosa vittoria contro il dittatore Rosas. Tornato in Italia, partecipò alla prima guerra d'Indipendenza. L'anno successivo, nel '49, era a Roma a combattere per la Repubblica Romana. A seguito della fuga da Roma, durante la quale Anita morì, tornò in esilio : New York, Perù, Cina.

S

coppiata la seconda guerra d'Indipendenza nel '59 in Italia, comandò i Cacciatori delle Alpi conseguendo splendide vittorie. Nel '60 organizza l'epica spedizione dei Mille e conquista all'Italia il Mezzogiorno. Nel 1862 tenta la conquista di Roma. Durante la terza guerra d'Indipendenza nel '66 conduce vittoriosamente le sue truppe a Monte Suello e a Bezzecca. Nel '70 è a fianco dei francesi a Digione contro i Prussiani. Fu un grande condottiero di uomini, un tattico insuperabile, ma ebbe scarsa comprensione per i problemi strategici. Morì a Caprera nell' '82, dove si era ritirato negli ultimi anni.





  • Camillo Benso, conte di Cavour (1816-1861), di Torino, uomo politico e statista. Dopo aver soggiornato a Ginevra, Parigi e Londra e aver compiuto seri studi di economia e politica, si dedicò in un primo tempo alla conduzione della proprietà terriera paterna. Deputato al parlamento subalpino, fu ministro dell'Agricoltura e Commercio (1850), poi delle Finanze e presidente del Consiglio dei Ministri nel '52. Intuendone l'importanza diplomatica partecipò alla guerra in Crimea, a fianco dei franco-inglesi e portò per primo a una conferenza europea (Congresso di Parigi, 1856) il problema dell'unità d'Italia. Nel convegno a Plombières nel '58 si assicurò l'appoggio di Napoleone III° nell'imminente guerra con l'Austria ('59). Dimissosi dopo l'armistizio di Villafranca (8 luglio '59) ritornò al potere nel '60. Contrastando di fatto il passo a Garibaldi , lo costrinse, minacciando una guerra civile, a cedere Napoli e la Sicilia al futuro Re d'Italia. Con i plebisciti delle Due Sicilie e dei territori pontifici Cavour poté nel 1861 trasformare il regno sabaudo di Sardegna in regno d'Italia (14 marzo '61) e far proclamare Vittorio Emanuele II° Re d'Italia il 17 marzo dello stesso anno.




  • Vittorio Emanuele II di Savoia: (Torino 1820 - Roma 1878). Re di Sardegna (1849-1861) e re d'Italia (1861-1878). Figlio e successore di Carlo Alberto, s

    alito al trono per l'abdicazione del padre dopo la sconfitta nella battaglia di Novara, mantenne lo Statuto e sciolse la Camera che rifiutava di approvare la pace di Milano, riuscendo, con pressioni sull'elettorato (proclama di Moncalieri), a far eleggere un parlamento a maggioranza moderata. Dopo il ministero d'Azeglio (1849-1852), durante il quale furono approvate le antiecclesiastiche leggi Siccardi, chiamò al governo Cavour, iniziando una lunga collaborazione tra reciproche diffidenze e aspri contrasti. Fautore dell'intervento in Crimea (1855), aderì alla politica cavouriana tesa alla guerra contro l'Austria con l'appoggio di Napoleone III (1859), ottenendo dall'armistizio di Villafranca la Lombardia. Più indipendente fu la sua condotta durante la spedizione dei Mille, segretamente appoggiata contro il parere di Cavour. Cedute Nizza e la Savoia alla Francia e annesse le regioni centrali e meridionali della penisola, fu proclamato re d'Italia (1861), inaugurando dopo la morte di Cavour una politica personale. Ottenuto il Veneto dalla guerra del 1866, approfittò del conflitto franco-prussiano per strappare Roma al papa (1870), portando a compimento l'unità d'Italia.



^ DIBATTITO STORIOGRAFICO SUL RISORGIMENTO


Il termine Risorgimento in realtà allude a una situazione che non esiste nella realtà storica: l’Italia prima dell’ Ottocento non fu mai unità e contesti completamente diversi erano quelli dei liberi Comuni o dell’ Impero Romano.

A diffondere l’idea di unità nazionale contribuì grandemente il dibattito risorgimentale: la polemica che si sviluppò circa i mezzi da impiegare per unire l’ Italia e le caratteristiche politiche che avrebbe dovuto avere il nuovo stato.

La domanda di fondo del dibattito storiografico sul Risorgimento è: il Risorgimento fu una guerra di liberazione che coinvolse l’intero popolo italiano o fu solo un’ operazione di conquista militare operata dai Savoia?

Fin dall'inizio la discussione storiografica sul Risorgimento fu segnata dalle passioni politiche e incentrata su tematiche già individuabili nelle opere dei protagonisti moderati (I. Balbo, G. La Farina, L.C. Farini) e democratici (C. Cattaneo, G. Ferrari, C. Pisacane): il ruolo guida del Piemonte, la celebrazione dell'opera dei Savoia o di quella di Cavour, l'influenza della Rivoluzione francese, quella delle riforme settecentesche, il peso e il limite dell'intervento popolare…

La nuova proposta storiografica era un tentativo di fondere le esigenze di ricerche attente allo svolgersi del processo storico con quelle rivolte ad approfondire momenti di vita reale, concretamente individuabili in tre direzioni: storia economica, storia dei partiti in rapporto alle classi, storia delle diverse realtà provinciali.

Liberato dalle tante retoriche che lo avevano accompagnato per decenni, il Risorgimento è diventato infine oggetto di indagini articolate volte non solo a cogliere il fatto militare e politico, ma a evidenziare i caratteri, i problemi, le grandi questioni di fondo della società italiana dell'Ottocento. Sono fioriti studi sul ruolo degli intellettuali e sulla formazione dell'opinione pubblica, sulla scuola, sulle condizioni di vita delle classi popolari. E ancora medicina, igiene, demografia costituiscono settori su cui si sono avvertiti i mutamenti di interessi storiografici e metodologici; per non trascurare gli studi di storia costituzionale e amministrativa, quelli sull'emigrazione politica e, infine, quelli che ripropongono, sotto una luce interpretativa nuova, vecchie questioni come quelle del ruolo del Piemonte nei confronti del processo di unificazione. Anche il rapporto tra l'Italia e l'Europa è ora considerato non più esclusivamente in una prospettiva politica o ideologica, ma nel quadro dei rapporti tra il processo di formazione dell'unità italiana e le grandi trasformazioni in atto nel continente europeo. Il Risorgimento appare così come il processo specifico assunto in Italia dalla rivoluzione borghese, propria delle grandi potenze europee, quali Francia e Inghilterra, pur conservando una serie di caratteri originali, primo fra tutti la specificità nazionale.

Negli ultimi anni il dibattito risorgimentale è stato caratterizzato da violente polemiche. Ad accendere la discussione è stata soprattuto la Mostra sul Risorgimento italiano presentata nel 2000 al meeting di Rimini, che giudicava severamente i principali protagonisti dell’ unificazione nazionale (Cavour, Mazzini, Garibaldi) e sosteneva la necessità di riscrivere la storia del Risorgimento.

^ LE ARTI NEL PERIODO RISORGIMENTALE




Pittura Romantica:

È da premettere che, in Italia, il Romanticismo coincide cronologicamente con quella fase storica che definiamo Risorgimento, in cui si realizzò l’unità d’ Italia.

Pertanto parte dei contenuti culturali del Romanticismo furono indirizzati al risveglio della identità nazionale. I due principali temi in cui si esprime la pittura romantica italiana è la pittura di storia e la pittura di paesaggio.

La pittura di storia, coerentemente alla pittura Romantica europea, rappresenta sempre episodi tratti dalla storia del medioevo quali la Disfida di Barletta, i Vespri siciliani, ecc.

P
Antonio Fontanesi “La cascata”
rotagonisti di questa pittura sono il milanese Francesco Hayez, il piemontese Massimo D'Azeglio e il fiorentino Giuseppe Bezzuoli.

Nella pittura di paesaggio il Romanticismo nordico è decisamente diverso da quello italiano; i paesaggi italiani non sono mai caratterizzati da quella atmosfera a volte tenebrosa e a volte inospitale del paesaggio nordico.

Il paesaggio italiano si presenta spesso luminoso, gradevole, accogliente e piacevole. La pittura di paesaggio italiana ha soprattutto due grandi protagonisti: il napoletano Giacinto Gigante, esponente principale della locale Scuola di Posillipo, e Antonio Fontanesi.


Musica:

N

ell'Ottocento tra le varie forme di musica il melodramma era senz'altro quella che più godeva del favore del pubblico e suscitava un enorme interesse sia nelle persone semplici che negli intellettuali e negli aristocratici. La rappresentazione di un'opera era allora un evento di eccezionale importanza: anche per il suo stesso modo di essere che mette insieme lo spettacolo scenico, la musica e un intreccio narrativo spesso commovente, essa costituiva un'occasione particolarissima capace di suscitare vero entusiasmo in un'epoca in cui le possibilità di intrattenimento non erano molte. Per questo molti guardavano al melodramma come a uno dei mezzi più efficaci per far conoscere le nuove idee di libertà, di indipendenza e di amor di patria.

Uno dei massimi esponenti della musica di quel periodo,fu senza dubbio Giuseppe Verdi.

Le opere che lui scrisse tra il 1842 e il 1849 avevano tutte una forte componente patriottica e vennero tutte accolte dall'entusiasmo del pubblico.

Le arie e i cori che parlavano ai cuori e alle coscienze, venivano bissati in teatro e cantati nelle piazze, andando in un certo senso a costituire la "colonna sonora" del Risorgimento.

Quando Verdi portò Nabucco alla Scala era un giovane di ventinove anni che non presentava particolari velleità patriottiche o sobillatrici.

Verdi aveva un unico desiderio, fortissimo e comprensibile: voleva affermarsi artisticamente, voleva uscire da quel tunnel buio nel quale era entrato negli ultimi anni e nel quale aveva sopportato tragedie immense come l’annientamento della sua famiglia, gli stenti placati solo dall’aiuto di Barezzi e di qualche amico, l’umiliazione prodotta dall’insuccesso di Un giorno di Regno. Verdi ambiva al successo, alla tranquillità economica, all’indipendenza.

Perciò quando si ritrovò fra le mani il libretto di Nabucco è improbabile che si fosse messo a tavolino per progettare un’opera che avrebbe inaugurato il risorgimento musicale italiano.

Sono le combinazioni, le famose combinazioni che generano i grandi successi. Fu una combinazione il fatto che il libretto contenesse la storia di un popolo oppresso da un potere straniero. Fu una combinazione il fatto che Verdi potesse rappresentare quest’opera alla Scala, nel più importante teatro italiano, in una delle città dove il movimento liberale si stava animando. Non fu una combinazione la musica travolgente che Verdi seppe imporre a questo libretto, una musica accesa, infiammata, vivida.

Era questa la musica dell’anima verdiana ed era perfettamente calibrata per evocare una sentimentalità patriottica.

Tuttavia Verdi era persona di intelligenza strategica straordinaria. Comprese immediatamente quale veicolo di successo poteva rappresentare il filone patriottico risorgimentale e non si lasciò scappare l’occasione. L’opera successiva a Nabucco fu I Lombardi alla prima Crociata. Opera “clone” rispetto a Nabucco. Stessa sequenza di brani, cori posti con funzione drammatica analoga, temi musicali con evidenti similitudini, focosità replicata ed accresciuta.

Ancora opera di masse, di grandi temi popolari. I Lombardi alle prese con una Crociata, ed i riferimenti alla grande Crociata che gli italiani dovevano decidersi ad intraprendere furono intenzionalmente marcati. Peccato che tutto ciò vada un po’ a scapito della qualità generale, inferiore a Nabucco sia dal punto di vista drammatico che musicale.
Ma ciò che Verdi cercava era l’effetto. E per raggiungerlo utilizzò ogni mezzo. Tamburi, trombe squillanti, cori, preghiere, invocazioni a Dio, tutto ciò che poteva infiammare il pubblico.

Il popolo, protagonista in Nabucco come nei Lombardi, si presenta però in quest’ultima con ruolo diverso, opposto rispetto a quello che contraddistingue lo sfortunato popolo ebraico di Nabucco.

Una prova di questa diversità ce la offre il coro “O signore dal tetto natio”, simile al “Va pensiero” nel ruolo emotivo ma antitetico nella psicologia di fondo. Nel “Va pensiero” gli ebrei sognano la loro terra natia; nel coro de I Lombardi i milanesi sognano le loro belle colline nebbiose, fresche e attraversate dai fiumi.
Ma mentre nel “Va pensiero” gli ebrei sono conquistati ed oppressi dai cattivi assiri, nel coro dei Lombardi, i lombardi sono ad Antioca, durante una Crociata, a giocare il ruolo di invasori, di conquistatori.
I sogni dei lombardi non sono sospinti dalla rassegnazione ma dalla stanchezza, dall’arsura, dalla voglia di tornarsene a casa, stanchi delle troppe scorribande e del troppo sangue riversato.
Piccola differenza che comunque ci mostra quanta diversa intenzione ci sia fra le due opere. Verdi, nei Lombardi, comincia a porre i buoni fra gli attivi, i belligeranti. I buoni non sono più gli ebrei rassegnati, ora sono i lombardi battaglieri.


ESTIMO


Prima dell’unità d’Italia esistevano più di 22 tipi di catasti, costituiti in base a criteri diversi (per tipologia, unità di misura, alcuni erano descrittivi, altri geometrici…)

In particolare accanto a buoni catasto come quello lombardo - veneto di importazione austriaca (catasto teresiano) ne esistevano altri sommari quali il ligure e il piemontese.

Per questi motivi, una volta raggiunta l’unità, il territorio aveva bisogno di un unico catasto.

Il primo intervento legislativo fu la legge del cosiddetto “conguaglio provvisorio” del 1864. Fu ovviamente una legge a carattere provvisorio, con finalità essenzialmente fiscali, infatti l’imposta fondiaria era l’unica voce attiva per le finanze dello Stato.

Questa legge peccava però di sperequazione, e dopo molti contrasti il 1 marzo 1886 fu varata la prima e fondamentale legge sula catasto italiano n° 3682 (anche nota come “legge sulla perequazione dell’imposta fondiaria” o “legge Messedaglia”).

L’articolo n.1 di questa legge affermava che si doveva eseguire un unico catasto geometrico e particellare uniforme su tutto il territorio italiano, basato sulla stima e sulla misura, allo scopo di perequare l’imposta fondiaria e di tener in evidenza la variazioni.

L’articolo n.8 invece prevedeva anche la probatorietà del catasto, ma così non fu.


DIRITTO


^ Statuto albertino:


Lo Statuto del Regno o Statuto fondamentale della Monarchia di Savoia, noto come Statuto albertino dal nome del Re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, fu adottato dal Regno sardo-piemontese il 4 marzo 1848 e fu definito, nel Preambolo autografo dello stesso Carlo Alberto, «Legge fondamentale perpetua ed irrevocabile della Monarchia» sabauda.

Il 17 marzo 1861, con la fondazione del Regno d'Italia, divenne la carta fondamentale della nuova Italia unita e rimase formalmente tale, pur con modifiche, fino al biennio 1944/1946 quando, con successivi decreti legislativi, fu adottato un regime costituzionale transitorio valido fino all'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana, il I gennaio 1948. Lo Statuto Albertino non può essere considerato una vera e propria costituzione: infatti essa stessa non ha la natura di fonte legislativa sovraordinata alla legge ordinaria, e in secondo luogo non ha il classico carattere programmatico di ogni carta costituzionale.


^ Statuto albertino – Costituzione italiana


Analogie:

- entrambe sono scritte, in quanto pubblicate su di un testo legislativo per la loro entrata in vigore;

- entrambe prevedono un sistema parlamentale bicamerale, composto da una Camera dei Deputati e da un Senato (art. 55 C.I.);

- entrambe riconoscono l’inviolabilità del domicilio (art. 27 S.A. ; art 14 C.I.);

- le sedute parlamentari sono pubbliche, ma sono previsti casi in cui le sedute possano essere segrete; inoltre, le deliberazione di ciascuna Camera non sono considerate valide qualora sia assente la maggioranza dei loro componenti (art. 52, 53 S.A. ; art. 64 C.I.);

- sono presenti disposizioni transitorie, volte ad agevolare l’entrata in vigore del documento;


Differenze:

- lo Statuto è una carta costituzionale flessibile (può essere facilmente modificato con una legge ordinaria); la Costituzione è rigida, ovvero non tutti gli articoli possono essere modificati e le eventuali modifiche possono essere apportate solo tramite leggi costituzionali (art. 138);

- lo Statuto è una carta costituzionale concessa dal re; la Costituzione è stata redatta da un’Assemblea Costituente votata a suffragio universale;

- lo Statuto è una costituzione breve (stabilisce i principi dell'organizzazione costituzionale e le norme in materia di diritti e doveri dei cittadini); la Costituzione è definita lunga, in quanto contiene disposizioni in molti settori del vivere civile e non si limita solamente a indicare le norme sulle fonti del diritto;

- lo Statuto sancisce come forma di governo la monarchia (art. 2); la Costituzione stabilisce come forma di governo la Repubblica (art. 1);

- secondo lo Statuto la sovranità è del re (art. 5); la Costituzione stabilisce che la sovranità spetta al popolo (art. 1);

- lo Statuto riconosce la “Religione Cattolica, Apostolica e Romana” come religione di Stato, pur tollerando gli altri culti (art. 1); la Costituzione sancisce la laicità dello Stato italiano e si impegna a tutelare le varie confessioni religiose (art. 7,8);

- lo Statuto stabilisce che la carica del capo di Stato (il sovrano) è “ereditaria secondo la legge salica” (art. 2); la Costituzione sancisce che il capo di Stato deve essere nominato tramite elezioni (art. 83);

- lo Statuto prevede la condivisione del potere legislativo da parte del re e del Parlamento (art. 3); la Costituzione affida il potere legislativo esclusivamente al Parlamento;

- lo Statuto assegna il potere esecutivo alla persona del re; la Costituzione prevede che il potere esecutivo sia esercitato dal Governo;

- lo Statuto stabilisce che il potere giudiziario spetti a magistrati nominati dal re; la Costituzione prevede che il potere giudiziario sia esercitato “da magistrati ordinari istituiti” (art. 102);

- lo Statuto prevede che il Senato sia “composto di membri nominati a vita dal Re”, rispondenti ad alcuni criteri (art. 33); la Costituzione prevede un numero limitato di senatori, eletti ogni 5 anni (art. 57, 58, 59);

- lo Statuto sancisce un mandato di 5 anni per i membri della Camera dei Deputati, i quali sono eletti dai “Collegii Elettorali conformemente alla legge” qualora rispondano a determinati criteri (art. 39, 40);

- lo Statuto concede il diritto di voto solo ad una ristretta cerchia di individui (cittadini di sesso maschile, dotati di una certa cultura e di un determinato patrimonio); la Costituzione prevede il suffragio universale (hanno diritto di voto tutti i cittadini, uomini e donne, che abbiano compiuto il 18simo anno di età);

- lo Statuto si impegna a garantire l’uguaglianza formale dei sudditi (art. 24); la Costituzione garantisce l’uguaglianza sia formale che sostanziale di tutti i cittadini (art. 3);

- lo Statuto prevede come bandiera nazionale un vessillo con coccarda azzurra (art. 77); la Costituzione sancisce che “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano” (art. 12);

- lo Statuto garantisce la libertà di stampa, ma con alcune limitazioni (art. 28); la Costituzione rifiuta ogni forma di censura alla libertà di stampa e di pensiero (art. 21);

- lo Statuto riconosce il diritto di riunione “pacificamente e senz’armi”, ma impone delle limitazioni (art. 32); la Costituzione riconosce il diritto di “riunirsi pacificamente e senz’armi” eliminando le restrizioni imposte dallo Statuto albertino (art. 17);

- lo Statuto non prevede retribuzioni o indennità per i parlamentari (art. 50); la Costituzione stabilisce un’indennità per i membri del Parlamento (art. 69).

^ TECNOLOGIA DELLE COSTRUZIONI


GIUSEPPE SACCONI




Giuseppe Sacconi - (Montalto delle Marche, 5 luglio 1854 – Pistoia, 23 settembre 1905) è stato un architetto italiano, noto soprattutto per essere stato il progettista del Vittoriano a Roma.




Biografia:

Le prime esperienze nell'esercizio dell'architettura del giovane marchigiano, che a Fermo aveva studiato arte applicata presso il rinomato Istituto Montani, avvennero a Roma, dove lo zio ecclesiastico Carlo Sacconi era cardinale, già nunzio apostolico in Francia.Durante il tirocinio nello studio del principale architetto della nuova capitale, Luca Carimini, romano di famiglia marchigiana di scalpellini emigrata da Urbisaglia, lo coadiuvò nel restauro della chiesa cinquecentesca di Santa Maria di Loreto, opera di Antonio da Sangallo il Giovane compiuta da Giacomo Del Duca: restauro che viene tuttora confuso con quello del Basilica di Loreto, che, al contrario, impegnò Sacconi più tardi, nell'ultimo decennio del secolo, venendo portato a termine qualche decennio più tardi dal collaboratore Guido Cirilli secondo il concetto sacconiano di riedizione stilistica gotica dell'apparato decorativo, alquanto forzata rispetto all'essenza rinascimentale del monumento. Nel 1884 il suo progetto superò il secondo concorso per il Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II a Roma, meglio noto come il Vittoriano. Sacconi non aveva il diploma di architetto, ma subito dopo essersi aggiudicato il notevole incarico di Stato lo ottenne, "in grazia di un articolo della vecchia legge Casati", sottolineò Camillo Boito in un articolo sullo stato dell'architettura in Italia apparso nel 1890 sulla Nuova Antologia. I lavori, iniziati nel 1885, sarebbero stati ultimati diversi anni dopo la sua morte. Fu deputato dal 1884 al 1902.


V

ittoriano:

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II (meglio conosciuto con il nome di Vittoriano) è un monumento nazionale di Roma situato in piazza Venezia.

Il monumento viene spesso erroneamente identificato con l'Altare della Patria, che in realtà ne è solo una parte; altrettanto erroneamente, il suo nome potrebbe indurre a pensare che sia un tributo alla vittoria: in realtà il termine Vittoriano deriva dal nome di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d'Italia, cui il complesso monumentale è dedicato.


^ La costruzione del monumento:

Alla morte di Vittorio Emanuele II, nel 1878, fu deciso di innalzare un monumento che celebrasse il Padre della Patria e con lui l’intera stagione risorgimentale. Nel 1880 fu bandito un primo concorso internazionale, vinto dal francese Nenot, al quale però non fece seguito una fase attuativa del progetto. Nel successivo concorso, bandito nel 1882, la partecipazione fu riservata ai soli progettisti italiani. Fu anche stilato un dettagliato elenco di indicazioni per il progetto, che prescrivevano “un complesso da erigere sull’altura settentrionale del Campidoglio, in asse con la via del Corso; una statua equestre in bronzo del Re; uno sfondo architettonico di almeno trenta metri di lunghezza e ventinove d’altezza, lasciato libero nella forma ma atto a coprire gli edifici retrostanti e la laterale Chiesa di Santa Maria in Aracoeli”. I concorrenti ebbero un anno di tempo per consegnare il progetto. Le proposte presentate furono 98 e delle tre selezionate per la scelta finale la commissione reale votò all’unanimità quella di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano. Il progetto originario dell’opera (una delle più grandi realizzate nell’Ottocento) prevedeva l’utilizzo del travertino romano, ma il monumento venne poi realizzato in marmo di Botticino, famosa pietra di provenienza bresciana, più facilmente modellabile e proveniente dalla zona d’origine di Giuseppe Zanardelli (che aveva emanato il regio decreto per la costruzione del monumento). Il progetto di Sacconi si ispirava a grandi complessi classici come l’Altare di Pergamo e il tempio di Palestrina; il monumento avrebbe dovuto essere quindi un grande spazio pensato come un “foro” aperto ai cittadini, in una sorta di piazza sopraelevata nel cuore della Roma imperiale, simbolo di un’Italia unita dopo la Roma dei Cesari e dei Papi.

Per erigerlo fu necessario, fra il 1885 e il 1888, procedere a numerosi espropri e demolizioni nella zona adiacente il Campidoglio, effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal Primo Ministro Agostino Depretis. Si procedette così alla demolizione di un vasto quartiere medioevale e furono abbattuti la Torre di Paolo III, il cavalcavia di collegamento con Palazzo Venezia, i tre chiostri del convento dell’Ara Coeli e tutta l’edilizia minore presente sulle pendici del colle. In questo modo cambiò radicalmente l’assetto urbanistico della zona con il sacrificio di via dell’Ara Coeli, ancora esistente, non più strada principale che collegava il Campidoglio con il quartiere adiacente. I lavori di scavo portarono alla luce l’insula dell’Ara Coeli, risalente al II secolo d.C., ancora oggi visibile sul lato sinistro del monumento; un tratto delle mura dei Re e dei resti di un mastodonte. Nella politica di espropri venne deciso nel 1928 lo smantellamento della seicentesca Chiesa di Santa Rita, che sorgeva alle pendici della scalinata dell’Ara Coeli, ed il suo spostamento, dieci anni più tardi, nell’attuale locazione, nei pressi del Teatro di Marcello.

Dopo la morte di Sacconi, avvenuta nel 1905, i lavori proseguirono sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini. Il complesso monumentale venne inaugurato da Vittorio Emanuele III il 4 giugno 1911, in occasione dell’Esposizione Internazionale per i cinquant’anni dell’Unità d’Italia. I lavori di completamento dell’opera ebbero fine tuttavia molto più tardi (le quadrighe dell’Unità e della Libertà, rispettivamente degli scultori Carlo Fontana e Paolo Bartolini, vennero poste sui propilei fra il 1924 e il 1927, mentre gli ultimi lavori terminarono nel 1935).

Il complesso del Vittoriano, in perfetto stile neoclassico e con audacissime tecniche costruttive per l’epoca, celebra la grandezza e la maestà di Roma, finalmente restituita al suo ruolo di legittima Capitale d’Italia. O meglio, l’unità dell’Italia (Patrie Unitati) e la libertà del suo popolo (Civium Libertati).




L’esterno:

L'edificio, per le sue notevoli dimensioni, presenta una struttura dinamica e complicatissima con un portico neoclassico caratterizzato da colonne in stile corinzio (con foglie d'acanto scolpite sul marmo) che coincidono ai lati con due rispettivi pronai a due colonne (realizzate sempre con capitelli corinzi) che ci riportano agli splendori del tempietto della Nike (la Vittoria "personificata") dell'acropoli di Atene.

Il coronamento dell'edificio, in corrispondenza di ciascun pronao, è ornato da due quadrighe bronzee sormontate da Vittorie alate, che ripropongono le sinergie architettoniche ed espressive degli archi di trionfo.

La costruzione dell'edificio ha sollevato parecchie polemiche nella critica d'arte più intransigente e "bigotta" che essendo inquadrata in visioni artistiche senza soluzione di dinamicità, vedeva nell'edificio (anche dopo che la costruzione era stata completata) un tentativo anacronistico e "mal riuscito" di riportare a Roma la classicità dell'età imperiale. Giornalisti e scrittori polemicamente soprannominarono il monumento "torta nuziale" o "macchina da scrivere".




Scalinata:

La scalinata è stata riaperta nel 2000 dopo circa quarant'anni di restauri dell'intero complesso. All'interno si trovano degli spazi espositivi dedicati alla storia del Vittoriano stesso e la sede del Museo centrale del Risorgimento, che da alcuni anni ospita anche mostre temporanee di pittura.

Diversi sono i simboli vegetali che ricorrono nel monumento, fra i quali si ricordano la palma per la vittoria, la quercia per la forza, l'alloro per la pace vittoriosa, il mirto per il sacrificio e l'ulivo per la concordia.

Dal Giugno 2007 è possibile salire alla terrazza delle quadrighe usufruendo di un ascensore; la terrazza, da cui si ha una vista impareggiabile della città eterna, è anche raggiungibile tramite 196 scalini che partono dal colonnato.

Altare della Patria

Sulla scalinata si trova l'Altare della Patria che, contrariamente a quanto si crede, è solamente una parte del complesso, ossia la parte situata poco oltre la scalinata, dove si trovano il picchetto d'onore e la grande statua della dea Roma con sfondo dorato.

Del complesso architettonico fanno parte anche le statue delle regioni e delle città e le vittorie su colonne trionfali.


Nel monumento avrebbe dovuto collocarsi anche il Museo Centrale del risorgimento, destinato a raccogliere le testimonianze relative alla trasformazione politica, economica e sociale dell'Italia nei secoli XVIII, XIX e XX. Queste testimonianze sono costituite da documenti cartacei(lettere, diari, manoscritti di opere), da quadri, sculture, disegni, incisioni, stampe, armi che, rievocando fatti e protagonisti di questo importante periodo della storia del nostro paese, formano un grande archivio della memoria del Risorgimento.
Lo spazio architettonico del Museo, all'interno del complesso del Vittoriano, reca lungo le pareti, incisi nel marmo, brani di testi significativi dei maggiori testimoni della storia d'Italia, in modo che lo stesso contenitore diventa parte integrante del museo. Il percorso espositivo ora proposto ripercorre le tappe fondamentali della storia d'Italia, dalle riforme dei vari Stati della penisola nella seconda metà del Settecento alla conclusione della prima guerra mondiale, mediante testimonianze di vario genere che si prestano a diverse chiavi di lettura.
Lungo la scalinata d'accesso al Museo sono state collocate numerose incisioni che illustrano i momenti preparatori del Risorgimento, dalla diffusione degli ideali della rivoluzione francese alle rievocazioni delle delle imprese napoleoniche: si tratta, in genere, di raffigurazioni simboliche che riprendono, a volte, dei temi dell'antichità classica e li trasformano in allegorie della storia moderna. La prima sezione del Museo è dedicata ai protagonisti del Risorgimento. All'interno di grandi teche sono esposti cimeli, dipinti e documenti legati a Garibaldi, Mazzini e Cavour mentre altre sezioni parallele illustrano figure della storia dell'Ottocento. Lungo la galleria si articolano invece singole sezioni incentrate sulle principali tappe delle lotte risorgimentali: dalla Restaurazione, seguita alla caduta di Napoleone, al 1848, dalla Repubblica Romana del 1849 all'impresa garibaldina dei Mille(1860) fino al ricongiungimento di Roma all'Italia (1870).
Contemporaneamente, lungo la galleria, un percorso complementare e parallelo mira ad illustrare particolari "temi" storici: la Guardia Civica, il brigantaggio, la satira politica, le tecniche della figurazione storica nell'Ottocento (dai disegni alla fotografia), i cimeli/reliquia, il tricolore, le monete e le medaglie. Scandisce il percorso una selezione delle armi appartenute agli "eroi" risorgimentali. L'ultima sezione è interamente dedicata alla prima guerra mondiale.
Al centro è collocato l'affusto di cannone utilizzato nel 1921 per il trasporto della salma del Milite Ignoto, mentre lungo le pareti sono disposte grandi tele illustranti le imprese delle Medaglie d'Oro e una serie di disegni e dipinti realizzati dai pittori-soldato Anselmo Bucci, Aldo Carpi e Italico Brass insieme ad altri cimeli della guerra del '15-'18.
Come conclusione ideale del percorso sono stati appositamente realizzate dall'Istituto Luce delle video-istallazioni che rielaborano le immagini del film Gloria, realizzato nel 1934 con materiali originali girati dai reparti dei cine-operatori dell'esercito, collegandole a foto, dipinti e cimeli del Museo in modo da rievocare in maniera più completa e corretta le imprese dell'esercito italiano durante la guerra.


FILMOGRAFIA


  • I

    ^ L GATTOPARDO

Paese: Italia

Anno: 1969

Regia: Luchino Visconti

Genere: drammatico


Trama: La figura del protagonista del film , il Gattopardo, si ispira a quella del bisnonno dell'autore dell’omonimo libro, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, che fu un importante astronomo e che nella finzione letteraria diventa Don Fabrizio Corbera, Principe di Casa Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e nel feudo agrigentino di Donnafugata in provincia di Agrigento). Don Fabrizio è padre di sette figli ed è esponente di un casato che per secoli "non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti". Il principe possedeva forti inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. All'inizio del primo capitolo si parla di un cadavere rinvenuto nel giardino di Casa Salina “il cadavere di un giovane soldato del quinto battaglione cacciatori, che ferito nella zuffa di san Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghia confitte nella terra, coperto dai formiconi; e di sotto le bandoliere gl'intestini violacei avevano formato pozzanghera.” Nel maggio 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che ormai è prossima la fine della sua supremazia: infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, la nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio. Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata (Ciminna), trova come nuovo sindaco del paese Calogero Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, si innamora di Angelica, figlia di don Calogero, che infine sposerà, abbagliato sicuramente dalla sua bellezza, ma attratto anche dal suo notevole patrimonio. Un altro episodio significativo è l'arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d'Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano, citando come risposta al cavaliere la famosa frase: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Specchio della realtà siciliana, questa frase simboleggia la capacità di adattamento che i siciliani, sottoposti nel corso della storia all'amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto giocoforza sviluppare. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: "...E dopo sarà diverso, ma peggiore."



  • S

    ENSO

^ Paese: Italia

Anno: 1954

Regia: Luchino Visconti

Genere: drammatico, sentimentale


Trama: Venezia, 1866: nel corso di una recita del Trovatore alla Fenice, gli irredentisti organizzano un lancio di volantini. Il tenente austriaco Franz Mahler, che insulta gli italiani, viene allora sfidato a duello dal patriota conte Ussoni. Per intercedere a favore del cugino, la bella contessa Livia Serpieri si avvicina al tenente Mahler e se ne innamora follemente. Pur sposata, intreccia una relazione clandestina con il soldato, e l'amore diventa ben presto passione e non tarda a privarla di ogni dignità. Franz e' un individuo equivoco e vile; finge di amare Livia, mira in realtà solo al suo denaro perché ne ha bisogno per pagare un medico e farsi esonerare dal servizio militare. Livia e' così cieca che non si accorge di nulla e quando lui le chiede il denaro lei non esita a dargli quello che i patrioti italiani le avevano affidato per le spese di guerra. Franz, avuto quello che voleva, non si fa più vivo con Livia, ma lei si mette sulle sue tracce e lo raggiunge. L'incontro e' terribile. Dopo aver scoperto che quei soldi gli sono serviti per divertirsi alle sue spalle Livia fuori di sé, corre al Comando austriaco e rivela con quale inganno Franz era riuscito a farsi esonerare. Il giovane e' fucilato e Livia perde la ragione.


BIBLIOGRAFIA


  • Storia dell'Italia moderna a cura di Candeloro G., Feltrinelli, Milano, 1989-1991. 

  • Istituzioni e Risorgimento. Idee e protagonisti a cura Ghisalberti C., Le Monnier, Firenze, 1992.

  • I dieci anni che fecero l'Italia  a cura di Morelli E., Le Monnier, Firenze, 1977. 

  • Storia militare del Risorgimento a cura di Pieri P., Einaudi, Torino, 1969.

  • Pensiero e azione del Risorgimento a cura di Salvatorelli L., Einaudi, Torino, 1972. 

  • Gli uomini che fecero l'Italia a cura di Spadolini G., Longanesi, Milano, 1989. 

  • Politica e amministrazione nella storia dell'Italia unita a cura di Ragionieri E., Laterza, Bari, 1967. 

  • Dal Piemonte sabaudo all'Italia liberale a cura di Romeo R., Einaudi,Torino, 1963. 

  • Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento a cura di Della Peruta, F., Franco Angeli, Milano, 1989. 

  • L'altro Garibaldi a cura di Santalco C., Nuova ERI, Roma, 1989.









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