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Taybeh: un villaggio cristiano della terra santa


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SCHEDA 1

TAYBEH: UN VILLAGGIO CRISTIANO DELLA TERRA SANTA



AL-TAIBEH (TAYBEH, TAYYIBAH, EPHRAIM, EFRAIM)

da “Guida storico archeologica alla Palestina” – Cisgiordania e Striscia di Gaza – di Adel Yahya – Traduzione italiana del Gruppo di lavoro “Coltiviamo la Pace” dell’Istituto Tecnico Agrario di Firenze – Campi Bisenzio, 8 dicembre 2002


A circa 15 km ad est di Ramallah, sulla vecchia strada di Gerico, proprio dopo il villaggio di Deir Jarir e Jabal al-Asur, si trova il pittoresco villaggio cristiano palestinese di al-Taibeh, la biblica Efraim, sulla vecchia strada che da Gerusalemme scendeva a Gerico. Gesù vi si recò con i suoi discepoli: «Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.» (Giovanni 11:54).

Vale la pena visitare le molte chiese. Presso la moderna chiesa latina, i fedeli possono pregare la miracolosa icona di Nostra Signora d’Epraim. La chiesa ortodossa al centro del villaggio possiede una bella collezione di reperti archeologici custoditi in un piccolo museo appartenente alla chiesa, ed anche una casa tradizionale palestinese del XIX secolo. Il piccolo hotel vicino alla chiesa offre l’opportunità ai visitatori che lo desiderano di trascorrere qualche giorno in un tipico villaggio palestinese. Durante il soggiorno si raccomanda la visita alla fabbrica della Birra Taibeh, l’unica esistente nei territori palestinesi.


^ IL VILLAGGIO DI TAYBEH

da http://www.taybeh.org/2002/Taybeh.htm


Taybeh ha una lunga e ardua storia, che ha inizio, sostengono, prima dei tempi biblici. Situato al di là delle colline di Gerusalemme, questo villaggio ha 5000 anni!

Il suo nome era in origine Efraim. È conosciuto come la città in cui Gesù si è ritirato per l’ultima volta con i suoi discepoli prima della sua crocifissione. “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicino al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.”

I racconti islamici riferiscono che il nome del villaggio è stato cambiato in seguito a una visita di Salahaldin, che trovando la gente del luogo molto cordiale (amichevole, ospitale), la denominò “taybeen”. In arabo, questo termine significa “buono e gentile”. Da allora il villaggio ha adottato il nome di Taybeh.

Oggi si trova nei dintorni di Ramallah, è abitato completamente da cristiani arabi, dei quali alcuni sono stati cacciati dai maggiori centri abitati di Gerusalemme, Gerico, Betlemme e da altrove. Attualmente rimane l’unico villaggio cristiano al 100% nella regione.

Durante la conquista israeliana della Palestina, nel 1967, molta altra gente è stata costretta a disperdersi in regioni lontane da queste città sante. Da allora, la regione e la gente hanno sofferto per gli odiosi atti di guerra, la pesante instabilità politica e sociale, la deplorevole mancanza delle risorse umane fondamentali. Le violazioni dei loro diritti umani fondamentali hanno costretto molte persone a fuggire con i loro bambini per cercare pace, lavoro, formazione scolastica e sostentamento per le loro famiglie negli Stati Uniti e in tanti altri paesi del mondo.

Tutti gli atti di violenza che infrangono i diritti umani fondamentali di persone innocenti dovrebbero essere condannati. La pace dovrebbe essere il filo con cui tessere il nostro tessuto politico. Questo stesso tessuto politico deve essere tramandato ai nostri figli, affinché la loro educazione li porti a posizioni sociali elevate, e i loro figli possano ancora migliorare, di generazione in generazione.


^ LA SCUOLA DI TAYBEH – PATRIARCATO DI GERUSALEMME

da http://www.lpj.org/lpstaybeh.htm


Taybeh è un villaggio molto piccolo che si trova nei pressi di Ramallah. Questo villaggio aveva accolto favorevolmente Gesù Cristo e i suoi discepoli quando si rifugiarono qui.

Esso appartiene ai villaggi di Beni Salim, che si trovano nella parte orientale di Ramallah. È a soli 20 chilometri da Gerusalemme e costruito in una zona collinare, fra la montagna e la valle, ad una altitudine di 900 metri sopra il livello del mare.

Taybeh è famoso per i suoi olivi, la sua uva e gli alberi di fico. Esso è uno dei villaggi più antichi della Palestina, risalente all’Età del Bronzo. È stato stabilito che fra gli anni 2900-2200 a.C. era conosciuto con il nome di Ofra ed era una delle otto città costruite a quel tempo. Ofra significa “Cerva” in arabo. Durante l’Età del Bronzo era così denominata e Ofra è rimasto il suo nome durante la Seconda Età del Bronzo, la prima metà dell’Età del Bronzo e durante la seconda metà dell’Età del Bronzo. Il suo nome non è cambiato durante l’età di Mosè ed è stato menzionato nella Bibbia più di una volta in Giosuè, nei Giudici e in 1 Samuele. Nel 2 Samuele il suo nome era cambiato in Efraim. Nel Nuovo Testamento è ricordato solo una volta come Efraim.

L’attuale nome di Taybeh è stato suggerito da Salah Addin dopo che la sua “buona gente”, “Al-Taybeen”, lo aveva aiutato.

Gli abitanti di Taybeh sono 1400, mentre le persone che hanno lascito il paese sono 3700 e vivono in ogni parte del mondo.

Durante il regno degli Ottomani in Medio Oriente, che è durato 400 anni, l’ignoranza era prevalente in Palestina come negli altri paesi arabi sotto il regime degli Ottomani.

Nel 1770 Taybeh era uno dei villaggi più fortunati della Palestina, perché in esso fu fondata (costituita, istituita) una scuola dal Patriarcato greco-ortodosso.

Nel 1869 una seconda scuola è stata istituita dal Patriarcato latino di Gerusalemme. Questa scuola è stata divisa in due sezioni, una per i ragazzi e l’altra per le ragazze. Venticinque allievi studiavano nella scuola maschile e quindici allieve studiavano nella scuola femminile.

Nel 1966 le “due scuole” sono state unite e vi potevano studiare sia ragazzi che ragazze. Nel 1978 la scuola si è trasformata in secondaria e ciò ha permesso a molti allievi dei villaggi vicini di iscriversi ad essa.

Padre Philip Brook, tedesco, era il prete della parrocchia quando la scuola è stata istituita. La gente di Taybeh aveva mandato molti appelli al Patriarca latino di Gerusalemme per chiedere la cura pastorale. Padre Brook si preoccupò molto dell’educazione tanto che comprò un appezzamento di terreno e vi costruì sopra l’attuale scuola. Egli iniziò a costruire quattro aule; una delle quali era utilizzata per l’insegnamento del Cristianesimo. Il numero degli allievi era di venti e uno di loro fu mandato all’estero per studiare teologia e diventare un prete. Questo allievo era Padre Dadoush.

Il Padre prese il posto di padre Brook quando questi se ne andò. Egli costruì un campo da gioco dalla parte orientale della scuola e un muro venne costruito intorno ad esso per recinzione. I turchi chiusero la scuola quando scoppiò la prima guerra mondiale.

Padre Alfruji divenne il nuovo prete della parrocchia dopo la guerra e si interessò all’aggiornamento della scuola. Nel 1945 padre Silvio Brosalin, che era un italiano, è venuto nel villaggio e immediatamente ha deciso di costruire un altro piano per la scuola. Dopo che il nuovo piano fu costruito, il primo piano fu riservato ai ragazzi, il secondo alle ragazze. Le suore occuparono parte di questo nuovo piano. Il primo giardino d’infanzia (asilo infantile) nel villaggio è stato istituito da Padre Brosalin.

Nel 1975 Brosalin ha lasciato il villaggio ed è andato in Sudan. Padre John Sanson era il nuovo prete della parrocchia che era tanto entusiasta e attivo per la sua parrocchia e la scuola. Riuscì a persuadere il patriarca Beltritti della necessità di costruire una nuova scuola nel villaggio. Nel 1978 la scuola era stata già completamente costruita.

I Cavalieri del Santo Sepolcro avevano sostenuto le spese richieste per la costruzione della scuola. È stato allora che venne costruita la scuola secondaria che ha iniziato ad avere un numero sempre crescente di allievi del villaggio e dei villaggi circostanti.

Padre Sanson suggerì che la scuola doveva avere un insegnante qualificato come dirigente e non un prete, e così doveva essere da allora in avanti.

Ora la scuola è costituita da due piani, un cortile e campi da gioco per pallacanestro, palla a volo e palla a mano. Comprende tutti i gradi dell’istruzione, cominciando dall’asilo infantile fino ai gradi d’istruzione secondaria, con i corsi letterario e scientifico. Dal 1978 venti gruppi si sono diplomati (hanno conseguito la licenza superiore; o il diploma). Il numero di insegnanti nella scuola è di 31; 24 insegnanti, maschi e femmine lavorano nella scuola; 5 insegnanti femmine lavorano nell’asilo; due suore insegnano la formazione religiosa.

La scuola ha differenti sezioni che non si differenziano per attività curriculari. Ha una biblioteca moderna che contiene almeno 1500 libri sia in lingua inglese che araba. I genitori del martire Hanna Muqbil hanno fondato la libreria. Hanno deciso di fare così per onorare la memoria del loro figlio. La scuola ha anche un laboratorio che è stato donato dai figli dell’insegnante Mousa Khauri, che stanno facendo così per mantenere il nome del loro padre, morto parecchi anni fa. Da allora, il laboratorio si sta aggiornando e comprende attrezzi, macchine e apparecchiature che consentono agli allievi di imparare meglio. Un insegnante qualificato insegna l’informatica in questa scuola e un’aula con 10 computer è disponibile agli allievi per imparate. Questi computer vengono aggiornati per seguire lo sviluppo dell’iformatica nel mondo. Un’aula per l’insegnamento della musica è anche disponibile; un’altra aula per l’insegnare la gestione della casa (economia domestica), che è fornita di dispositivi molto importanti e di sei macchine da cucire.

Lo scorso anno la sala è stata rinnovata e aggiornata. È stata fornita di sedie, tavoli e forti altoparlanti.

La famiglia Dahdel, che vive in Giordania e in America, ha donato 20 apparecchi di riscaldamento.

L’amministrazione della scuola si preoccupa molto delle differenti sezioni della scuola. Gli allievi non soltanto apprendono, ma partecipano anche ad attività non curriculari che li aiutano a svilupparsi mentalmente, spiritualmente e fisicamente.

La scuola partecipa a trasmissioni radiofoniche, incontri scolastici e altre attività come picnic e competizioni.

Le attività di educazione fisica sono tenute ogni anno, all’interno e fuori della scuola e una mostra annuale di arte per esibire i lavori realizzati dagli allievi con l’aiuto dei loro insegnanti.


SCHEDA 2

^ TAYBEH, LUOGO DI RIFUGIO DEL SIGNORE GESÙ

Julian Herrojo, membro dell’Istituto Spagnolo Biblico di Gerusalemme



Un laconico versetto del Vangelo di San Giovanni ci parla di Gesù dopo la decisione presa dal sinedrio di metterlo a morte in seguito alla resurrezione di Lazzaro: «Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.» (Giovanni 11:54).

La localizzazione di questa città che dette ospitalità a Gesù e ai suoi discepoli nei giorni che precedettero la sua Passione è fortunatamente ben affermata, dal tempo della conquista della Terra Promessa da parte di Giosuè fino ai giorni nostri, a dispetto del cambiamento frequente del suo nome. Originariamente essa si chiamava Afra o Ofra, poi Efraïm o Efron …, attualmente Taybeh. Non vi è motivo di meravigliarsi del fatto che una località che esiste da 3000 anni non presenti difficoltà nella identificazione.

^ Nell’Antico Testamento

Quando Giosuè, verso il 1200 avanti Cristo, ripartì il territorio della Terra Santa tra le diverse tribù, fra le città attribuite alla tribù di Beniamino figura Afra (Ofra nella tradizione della Vulgata), oltre a Gerico, Rama, Gabaon e Betel, tutte città situate nella regione attuale di Taybeh.

Quando Saul, all’inizio del suo regno (1030–1010), entrò in guerra contro i filistei, lui stesso risiedendo a Gibéa di Beniamino, i filistei uscirono in tre gruppi: “Un gruppo prese la direzione di Ofra (Efra secondo la Vulgata, Gophera secondo i Settanta) nel paese di Shual, un altro prese la direzione di Bet-Horon e il terzo … verso il deserto” (I S 13, 16-18). Visto l’ambiente geografico descritto, è chiaro che questa Ofra è lo stesso luogo di Afra di Giosuè.

Sotto il regno di Davide (1010–970) arriva il doppio dramma di un figlio del re che violenta la sua sorellastra Tamàr e di Assalonne, fratello di Tamàr, che fece uccidere il violentatore Amnòn. Ora questa vendetta ebbe luogo quando Assalonne aveva “i tosatori a Baal-Cazòr (Baal Jasor), presso Efraim” (2 S 13, 23). Questo luogo d’Efraim, che ha lo stesso nome della tribù vicina di Efraim, è certamente la stessa località di Ofra menzionata prima.

Un avvenimento accaduto verso il 912 menziona di nuovo la città di Efraim, questa volta sotto un altro nome. Il re di Giuda, Abia, nipote di Salomone, che fu re dal 913 al 911, attaccò spesso il re del Nord d’Israele, Geroboamo (931-910) per questioni di frontiere … In un combattimento “gli israeliti furono umiliati, mentre si rafforzavano quelli di Giuda, perché avevano confidato nel Signore, Dio dei loro padri. Abia inseguì Geroboamo; gli prese le seguenti città: Betel con le dipendenze, Insana con le dipendenze ed Efron con le dipendenze” (2 Cronache 13, 18-19). In questo caso la versione greca dei Settanta e la versione latina di san Girolamo concordano sul nome Efron. E date le circostanze dell’ambiente geografico descritto, si può considerare che questa Efron è la stessa città di quella chiamata prima Afra, Ofra o Efraim; per contro, quando un testo di 2 Cronache 15, 8 parla della “montagna di Efraim” a proposito delle riforme religiose del re Asa (911 – 870), non è certo che esso faccia riferimento alla città di Efraim. Questa “montagna di Efraim” può significare l’insieme del territorio montagnoso della tribù d’Efraim.

Una nuova menzione di Efraim è fatta, nell’anno 145, questa volta sotto il nome di Afèrama. Giònata (160–143), fratello e successore di Giuda Maccabeo, chiede al re di Siria, Demetrio, di esentare dalle imposte la Giudea nonché le tre toparchie della Samaria. Demetrio acconsentì: “Abbiamo assegnato a loro il territorio della Giudea; i tre distretti di Afèrema, Lidda e Ramatàim restano trasferiti dalla Samaria alla Giudea con le loro dipendenze in favore di quanti offrono sacrifici in Gerusalemme, in compenso dei diritti che il re prelevava in passato ogni anno da loro sui frutti della terra e degli alberi.” (1 Maccabei 11, 34). Lidda è il nome greco dell’antica città visitata da san Pietro (Atti 9, 32–35) chiamata attualmente Lod; Ramatàim è l’antica Rama, luogo di nascita e morte del profeta Samuele, chiamata attualmente Er-Ram; Afèrema, divenuta capitale di una toparchia (di un distretto) dell’amministrazione siriana, aveva un nome greco che designa la città di Ofra, Efraim, Efron.

^ Nel Vangelo di san Giovanni

Gli episodi storici dell’Antico Testamento che parlano di Efraim–Taybeh sono colorati di violenza e di morte; essi non evocano un ricordo piacevole di questo luogo. Proprio al contrario il silenzioso e discreto passaggio di Gesù nelle sue vie esprime pace e vita.

Se la narrazione di Giovanni ha una continuità cronologica, si può considerare la successione dei fatti con questa concatenazione.

La morte di Gesù ebbe luogo il 14 di Nisan, probabilmente il giorno 8 aprile dell’anno 30 secondo il nostro calendario. Gesù era già arrivato a Gerusalemme dopo il 29 dicembre per la festa della Dedicazione: “Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone.” (Giovanni 10, 22–23).

“Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». (Giovanni 10, 24). “I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. … Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava (Betania di Transgiordania), e qui si fermò.” (Giovanni 10, 31, 39-40).

È allora che le due sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, il tuo amico è malato». (Giovanni 11, 3). Questa notizia fece decidere Gesù a ritornare in Giudea probabilmente in gennaio o febbraio dell’anno 30. “I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».” (Giovanni 11, 8).

Dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro a Betania, “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione».” (Giovanni 11, 45-48). Dopo l’intervento di Caifa “essi decisero di ucciderlo” (Giovanni 11, 53). “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli.” (Giovanni 11, 54). Questa parola “si trattenne” indica una permanenza non breve. Essa si prolungò senza dubbio durante i mesi di febbraio e di marzo dell’anno 30.

^ Che dice di Efraim–Taybeh la tradizione?

Il soggiorno di Nostro Signore in questa località di Samaria è attestato da una tradizione costante di 2000 anni, mantenuta con tanta sicurezza fino ai nostri giorni da spiegare come Taybeh sia attualmente l’unica parrocchia, l’unico luogo della Terra Santa in cui la popolazione è interamente cristiana (all’infuori di un centinaio di musulmani che vi si sono rifugiati nel 1948). Questa continuità ha permesso loro di conservare con fierezza la tradizione di un fatto così brevemente evocato dal Vangelo. Taybeh differisce in questo da altri luoghi evangelici, come Cana di Galilea o Emmaus, dove la popolazione ha perduto il ricordo di una localizzazione esatta.

Lo storico Eusebio di Cesarea, nel suo libro Onomasticon del 290, parla due volte di Efraim, una volta a proposito del libro di Giosuè, un’altra volta a proposito del Vangelo: “Efraim è nei pressi del deserto; è la città dove venne Gesù con i suoi discepoli, noi la chiamiamo Efron”. “Efron è nella tribù di Giuda; è una località importante, che è chiamata attualmente Efraim, a venti miglia (30 km) da Aelia (Gerusalemme). Il fatto che egli includa Efraim nella tribù di Giuda e l’altro fatto che egli parla altrove di una città Afra nella tribù di Beniamino a 5 miglia a est di Betel” hanno provocato un dubbio: Eusebio e il suo traduttore, san Girolamo, hanno parlato di due luoghi distinti? No. Le indicazioni fornite, gli orientamenti e le distanze precisate fanno vedere che Efraim di Giuda e Afron di Beniamino sono una sola e medesima città, l’attuale villaggio di Taybeh.

W. Albright, nel 1923, ammette che si tratta di due luoghi differenti e pensa che Efraim poteva trovarsi nel luogo delle rovine attuali di Khirbet Ain Samieh, a 4,5 km a nord-est di Taybeh. È un luogo che è solamente a un’altitudine di 429 m, ciò che avrebbe evitato a Gesù il freddo dell’inverno. Vi sono delle rovine di una chiesa la cui data è scritta, 557. Una popolazione cristiana vi è vissuta dopo il periodo bizantino fino all’inizio del XIX secolo. L’ipotesi di Albright appare poco credibile.

Nel 1911, H. Hartmann ha fatto una scoperta geniale spiegando il motivo per il quale il nome di Efraim si è trasformato nel nome arabo di Al-Taybeh. In almeno sette località d’Arabia, di Libia, di Transgiordania e di Palestina si ebbe, nella stessa epoca, il cambiamento di un nome primitivo derivante dalla radice Afrit (come Afrat, Efraim, …) che significa demonio in un nome nuovo Taybeh che significa il buon nome o la bontà. Questo eufemismo (questo addolcimento di una indicazione scioccante mediante cambiamento di nome) ha avuto luogo, in quei sette casi, durante il dodicesimo secolo da parte dei Crociati, tra il 1187 e il 1291.

Alle testimonianze di Eusebio e san Girolamo, bisogna aggiungere quella, molto importante, del mosaico di Madaba (VI secolo). Questa carta geografica, della quale una parte è conservata nella chiesa ortodossa di san Giorgio a Madaba (Giordania) è la più antica riguardo la Terra Santa e Gerusalemme, di cui è una rappresentazione con una profusione di dettagli. Ora, presso Gerico, sulla linea di separazione tra il deserto e la montagna, nell’ambiente di Betel, Rimon e Gofna, si trova una iscrizione: “Efron, è Efraim dove fu il Signore”. Non vi figura il disegno di una chiesa; ma questo deriva dallo spazio libero in questa parte del mosaico è molto ristretto, vista la lunghezza della frase iscritta.

È possibile che a quest’epoca esistesse già la chiesa di Efraim, di cui le vestigia sono visibili attualmente dietro la chiesa parrocchiale greco-cattolica, accanto al cimitero. È una grande costruzione a tre navate, o più esattamente una chiesa a forma di croce, con due cappelle laterali, un portico e una scalinata, che occupa una superficie complessiva di 28x25 metri. Una ricerca archeologica, ancora non effettuata, potrebbe determinare con più precisione la data di queste rovine importanti. Esse sono certamente del periodo bizantino (IV–VII) secolo, come dimostra in particolare il bel battistero cruciforme, simile a quello conservato a Tabga (nel luogo della moltiplicazione dei pani) e in altri luoghi della Terra Santa.

I crociati, nel loro lodevole desiderio di conservare questo Memoriale del Vangelo, riconquistarono nel XII secolo la chiesa. Non sappiamo a chi essa fu dedicata; ma è pervenuta ai nostri giorni con il titolo di Al Khader, nome simbolico che designa generalmente san Giorgio di Lod o il profeta Elia. La tradizione di un passaggio di Elia a Taybeh in una grotta consacrata ad Al Khader si mantiene da allora; con il fatto che la memoria locale mette anche relazione il luogo questa grotta con il passaggio di Gesù e dei suoi discepoli. Ai tempi dei crociati essa era soprannominata “Grotta di Sant’Elia, altrimenti chiamata di Efron”. I crociati costruirono un castello sulla sommità della collina centrale di Taybeh; il re Baldovino IV nel 1185 affidò questa fortezza al Conte di Monferrato. Ne restano delle vestigia nei pressi della chiesa parrocchiale greco-ortodossa di san Giorgio e delle case vicine.

Dopo il periodo dei crociati, una sola menzione è fatta di Taybeh, nel registro delle imposte di Solimano il magnifico (1549); vi sono censiti 315 musulmani e 115 cristiani.

^ Il rinnovamento della Chiesa cattolica di Taybeh

All’inizio del XIX secolo i cristiani di Taybeh erano tutti di rito greco-ortodosso. Un buon numero di loro chiese con insistenza, per diversi anni, al Patriarca Latino di Gerusalemme, di inviare loro un prete, al fine di ricongiungersi alla Chiesa cattolica. Le loro richieste furono finalmente accettate. Nel 1860 essi ricevettero padre Philippe Uhlenbroeck come primo curato di 130 cristiani che divennero cattolici latini. Essi non avevano in un primo tempo che una cappella provvisoria; nel 1863 furono costruite una chiesa, una casa per il curato e una scuola.

Nello stesso tempo che nasceva questa parrocchia di rito latino, si insediò anche una piccola parrocchia di rito greco–cattolico melchita. Essa è stata ingrandita recentemente; nel 1966 è stata consacrata una nuova chiesa, dedicata a san Giorgio, grande e bella, nei pressi dell’antica chiesa medievale di Al Khader.

Nel 1889, ^ Charles de Foucauld fece una semplice visita di pellegrinaggio a Taybeh; ma vi ritornò nel 1898, al tempo in cui egli viveva “la vita nascosta e umile della santa Famiglia di Nazaret”. Durante il suo soggiorno nella casa del curato egli scrisse le 46 pagine del suo testo Huit jours a Ephraïm. Retraite de 1898 (Otto giorni a Efraim. Ritiro del 1898). La nuova casa del curato conserva qualche parte dell’antica casa presbiteriale che aveva accolto Charles de Foucauld e della cappella originaria. Essa mantiene qualche ricordo interessante del suo soggiorno, che ha voluto essere simile al soggiorno di Gesù. Questo è il Memoriale Charles de Foucauld inaugurato nel 1982.

Il recinto parrocchiale racchiude questo memoriale, la casa del curato, la nuova chiesa, la residenza dei religiosi, un collegio secondario, i locali della Caritas con un dispensario medico, la casa dei pellegrini e una interessante casa palestinese, che documenta le forme di vita della popolazione araba.

L’antica scuola parrocchiale è trasformata in un grande collegio secondario di 400 allievi, fra i quali molti musulmani dei villaggi vicini. La parrocchia ortodossa ha un altro collegio di 150 allievi. Questo segno di vitalità è sorprendente per una popolazione che non supera i 1200 abitanti, di cui 700 cattolici (580 di rito latino e 120 di rito melchita) e 500 ortodossi. Ma vi erano 3000 abitanti a Taybeh prima della “guerra dei sei giorni” del 1967.

La nuova chiesa parrocchiale latina, grande e luminosa, è stata inaugurata nel 1971, grazie al contributo dei Cavalieri del Santo Sepolcro, che hanno anche finanziato altre opere della parrocchia. Essa è dedicata naturalmente all’ultimo soggiorno di Gesù, magnificamente illustrato da un grande mosaico dell’abside centrale, opera di Rivetta; il Padre de Foucauld vi è rappresentato in un angolo.

Le suore del Rosario, di una congregazione religiosa nata in Palestina, presenti da più di 90 anni a Taybeh e le suore di Santa Croce di Gerusalemme, arrivate recentemente, apportano un servizio prezioso alla parrocchia e all’accoglienza dei pellegrini, per i quali è stata costruita nel 1986 la Casa dei Pellegrini, di 40 letti, con sale di riunioni e servizi annessi.

Dopo il 1974 è stata ristrutturata l’antica casa palestinese tipica, di grande interesse. I suoi oggetti hanno un valore non solamente etnografico, ma anche catechistico. È stata denominata la Casa delle Parabole. Vi si trovano utensili e oggetti che non sono più usati attualmente, ma che erano di uso corrente ai tempi di Gesù, e della vita rurale palestinese tradizionale, come un aratro romano, un otre di cuoio per il vino, delle lampade, le misure per il grano, ecc. La disposizione stessa della casa (pianterreno per gli animali, stanze per la famiglia) evoca il mondo del Vangelo. L’insieme fornisce delle immagini che aiutano a meditare e a meglio comprendere le parabole del Vangelo, per esempio i testi della nascita nella stalla di Betlemme. Questa stalla era probabilmente la stanza di una casa come questa, piuttosto che una grotta isolata, come si immagina spesso, quando si cerca di descrivere e immaginare la nascita umana del Salvatore del mondo.


SCHEDA 3

^ LA NONVIOLENZA DI PADRE RAED ABUSAHLIA



NON VIOLENZA, PACIFICA ALTERNATIVA ALL’INTIFADA

di Padre Raed Abusahlia, parroco di Taybet – Sito Web: http://www.lpj.org/Nonviolence

Articolo tratto dal Notiziario “Coltiviamo la Pace” – Domenica 16 febbraio 2003 – Sito web: www.coltiviamolapace.com


Ho imparato, mediante amare esperienze, una lezione suprema: a preservare la mia rabbia; e, come il calore che non si disperde si converte in energia, così la nostra rabbia dominata può trasformarsi in una forza capace di muovere il mondo. Mahatma Ghandi


Il mito racconta di un gigante che aveva mandato una lettera minacciosa a un altro gigante che abitava in una terra vicina. Quando questo ha ricevuto il messaggio, lo ha strappato ed è andato da chi gli aveva spedito il messaggio per vendicarsi, tanto velocemente che la terra tremava sotto i suoi piedi. Quando il gigante che aveva mandato il messaggio ha sentito i passi, si è spaventato a morte. La sua moglie lo ha tranquillizzato e gli ha consigliato di usare il cervello piuttosto che i muscoli. Lo ha fatto mettere a letto e lo ha coperto lasciando fuori i suoi enormi piedi. Quando il gigante furioso e ruggente si è avvicinato a lei, questa ha espresso il suo rincrescimento per l’assenza di suo marito e ha pregato il gigante di non alzare la voce per non svegliare il bambino. Quando ha osservato e ha notato gli enormi piedi sporgenti ha detto a se stesso: “Se questo è il figlio, come sarà suo padre!”. Si è intimorito ed è andato via.

Non ho narrato questa storia con l’intenzione di sminuire gli sforzi straordinari che sono stati compiuti nella resistenza all’occupazione, malgrado il fatto che stiamo combattendo un gigante che si vanta della sua forza. L’ho narrata in modo da proporre una nuova idea che non è basata sul meccanismo della “resistenza dei muscoli”, ma su un altro meccanismo basato sulla “resistenza del cervello” e sulla “resistenza della verità” derivata dalla legittimità e dalle risoluzioni dell’Onu.

Chiamerò questo meccanismo alternativo “non-violenza” nel senso gandiano del termine “Satyagraha”, che significa “resistenza della verità” o “resistenza dell’amore”. È stato usato da quell’uomo scarno, con un grande spirito, Mahatma Ghandi, che ha potuto sconfiggere “l’impero su cui il sole non tramontava mai”, scacciando l’occupazione britannica dal continente indiano e costringendo la più grande potenza del mondo di quel tempo a concedere l’indipendenza al suo paese.

Il suo allievo, Martin Luther King, ha usato lo stesso metodo per liberare i neri d’America dalla schiavitù e dalla discriminazione razziale in base al colore della pelle, realizzando la piena eguaglianza dei diritti civili.

Contemporaneamente, Nelson Mandela ha potuto, mentre era in prigione per 27 anni, sconfiggere il governo del Sud Africa che, per tutto un secolo, aveva praticato la politica di segregazione contro i neri.

La forza della ragione e della verità alla fine ha prevalso in tutti questi casi.

Il nostro caso non è meno rispetto a quelli citati, e non è affatto inferiore per giustizia e legittimità Nella nostra lotta abbiamo utilizzato mezzi non violenti, particolarmente durante la prima Intifada con il combattente per la libertà “Mubarak ’Awad”, che ha creato il “Centro palestinese per gli studi della non-violenza” (The Palestinian Center for Non-Violence Studies). Tuttavia, quando le autorità israeliane hanno compreso il pericolo di tali tecniche, lo hanno messo in prigione e lo hanno liberato dopo tre mesi, costringendolo a lasciare il paese. Ora vive a Washington e dirige la “Organizzazione internazionale di non-violenza” (The International Non-Violence Organization). L’ho incontrato due anni fa mentre preparavo la mia tesi di laurea in filosofia su “Violenza e non violenza nel pensiero islamico” (Violence and Non-Violence in Islamic Thought). Gli ho chiesto di ritornare e riprendere la sua lotta. Ma i suoi molti impegni là e la situazione inadatta qui gli hanno finora impedito di ritornare. Questo non significa che le sue idee sono morte e sono state dimenticate. Sono ancora utili e potrebbero essere efficaci ed efficienti.

Di conseguenza, invito i miei confratelli palestinesi ad adottare la “Strategia della non-violenza” (Non-Violence Strategy), che è basata su un principio chiaro: “Il popolo palestinese, possedendo la forza della verità e delle risoluzioni dell’Onu, è più forte con le pietre che con le armi, ed è ancora più forte con i rami d’olivo che con le pietre”. La non-violenza cerca mezzi civili e di difesa non violenta che permettano alla gente di organizzare una effettiva resistenza invece di raddoppiare le condanne che, l’esperienza ha insegnato, sono inutili e inefficaci.

Di conseguenza, è essenziale per beneficiare del coraggio storico,deporre le armi e le pietre, e innalzare ancora una volta il ramo d’ulivo che il presidente Arafat ha alzato nel suo famoso discorso alla Nazioni Unite, nel 1974, in cui ha detto. “Sono venuto qui portando un ramo d’ulivo in una mano e una pistola nell’altra. Non lascerò cadere il ramo d’ulivo dalla mia mano”. Sì, in ramo d’ulivo da solo sarà vittorioso!

Sono molto convinto, per ragioni molto valide, che in questo momento si rende necessaria la scelta della strategia del ramo d’olivo:

1. Abbiamo adottato ogni mezzo violento di resistenza prima della creazione di Israele, durante e dopo, e fino ad oggi in questo modo abbiamo dimostrato il nostro coraggio e documentato una storia di atti eroici. Purtroppo, abbiamo perso tutte le battaglie e il mondo ci chiama “terroristi” perché non abbiamo saputo convincerlo, in modo civile, che abbiamo ragione, che siamo non gli oppressori ma gli oppressi, che siamo non il carnefice ma la vittima.

2. Tendo a credere che il mondo fino ad oggi, nonostante la consapevolezza, la conoscenza e il riconoscimento dei nostri diritti, non ci sostenga abbastanza. Questo è dovuto alla propaganda israeliana che distorce l’immagine degli arabi attraverso i mass-media ed è dovuto alla sensibilità del mondo ad ogni atto di violenza che commettiamo. La sproporzionata violenza esercitata da Israele è perdonata e accettata, ma la resistenza da parte nostra è sempre rifiutata, condannata e identificata con il terrore. Ecco perché è inevitabile usare un nuovo linguaggio che può essere compreso dal mondo intero. È il linguaggio della non-violenza con tutta la forza di pensiero e di simboli che comprende e che può avere un effetto più forte sui mass-media che le immagini riportate dalla stampa di bambini che tirano le pietre ai soldati e dei soldati che sparano loro. Anche le immagini dei bombardamenti e delle esplosioni sono diventate normali per il mondo, mentre la gente paga un quotidiano pesante prezzo in termini di vite e di nervi.

3. Il circolo della resistenza e della violenza, e la corrispondente sproporzionata violenza da parte israeliana, è un percorso vizioso continuo e crescente, che non può essere interrotto, ma rotto. Il motivo è che il nemico ostinato non capisce che i sacrifici di un intero popolo per la propria libertà e indipendenza non sono atti di terrorismo, come si tende a credere. In questo caso, il nemico non si darà per vinto a causa del proprio orgoglio poiché si considera una super potenza che non può essere sconfitta dalle pietre dei bambini. Di conseguenza, occorre trovare uno sbocco a questa situazione senza via d’uscita, di modo che non si deve risparmiare al nemico l’imbarazzo, ma occorre imbarazzarlo con le nuove tecniche che non danno la possibilità di giustificazioni e pretesti per rispondere violentemente, incurante della propria immagine di fronte al mondo. In questo modo, potremo scacciare l’occupazione e conservare la sua dignità e la nostra dignità.

4.La motivazione più forte è più importante per questa svolta strategica è che l’energia inerente le folle di persone dovrebbe essere espressa in qualche modo. Potrebbe essere usata per maggiore violenza, progressivamente crescente fino a diventare esplosiva, eccessiva e difficilmente controllabile. Però, i relativi risultati non possono essere previsti perché è fondata sulle emozioni del gruppo o dell’individuo.

5. Per concludere, tutti i settori della società sono direttamente influenzati, ne soffrono e partecipano alle attività dell’Intifada. La partecipazione della grande maggioranza è passiva perché soffre silenziosamente e si lamenta. Ma con la nuova via pacifica, ognuno può essere mobilitato per partecipare ad ogni attività intrapresa (iniziativa). I paesi confinanti, arabi e islamici, possono essere coinvolti. È possibile che molti stranieri e amici di ogni parte, persino israeliani di movimenti per la pace che simpatizzano con la nostra causa, saranno mobilitati, verranno in nostro aiuto e oseranno partecipare alle nostre attività senza essere additati come terroristi.

Ho descritto la mia idea e le forze che dovranno essere impegnate per realizzarla. Tuttavia, invito i politici, i religiosi e i dirigenti a studiare l’idea per attuarla prima possibile. Sarà consigliabile consultare gli esperti locali e internazionali in questo campo, particolarmente accademici che hanno condotto apposite ricerche.

Concludo la mia lettera con un verso della Bibbia: “Ama i tuoi nemici e prega per loro che ti odiano”. Amare i nostri nemici non significa sottomissione o debolezza o cessione dei propri diritti, ma piuttosto la richiesta di quei diritti con la forza dell’amore.

So molto bene che queste idee strategiche richiedono conoscenza e comprensione, educazione e preparazione, tempo e leadership. Ma so anche che è meglio cominciare prima che sia troppo tardi, prima che molto sangue sia versato.


SCHEDA 4

INTERVISTA A PADRE RAED ABUSAHLIA

Ottobre 2004



^

I cristiani di Palestina, una presenza viva


Padre Raed Abusalhia, 38 anni, è il parroco cattolico di Taybeh, l’ultimo villaggio palestinese interamente cristiano, tra cattolici, ortodossi e melchiti, situato alle porte di Ramallah. Taybeh è l’antica Efraim, in cui Cristo venne a riposarsi prima della Passione (Gv 11, 54). Padre Raed ci riceve dopo la messa sui divani a muro del grande salone in cui accoglie ogni anno centinaia di visitatori. Padre Raed è stato fino a due anni fa segretario particolare del Patriarca di Gerusalemme, Mons. Michel Sabbah. Uomo di chiesa infaticabile, è giornalista, imprenditore, operatore sociale e parla perfettamente l’italiano. Promuove il dialogo interreligioso e la non-violenza per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. In quest’incontro, ci parla degli arabi cristiani, della società palestinese e del futuro della pace in Terra Santa.

^ Quanti sono i cristiani in Terra Santa?

Nel 1948, il 25 % degli abitanti della Palestina storica erano cristiani. Con la creazione dello Stato di Israele, molti se ne sono andati all’estero, ed oggi i palestinesi cristiani rappresentano poco piừ dell'1,5% della popolazione di Israele e dei Territori Occupati (ca. 180.000 in totale, ndr). Ma la nostra importanza non consiste nel numero, bensì nei servizi che offriamo alla nostra società, come ad esempio nell’educazione, nell’istruzione e nello sviluppo economico. Non siamo e non ci consideriamo una minoranza. Siamo in questa terra per volontà di Dio, e la nostra vocazione è di testimoniare il Cristo nella sua patria. La Terra Santa non è un museo per i cristiani d’oltreoceano, noi ne vogliamo essere le pietre vive.

^ Molti giornalisti parlano della scomparsa dei cristiani dalla Terra Santa...

E’ un falso problema. I cristiani si sentono e sono a tutti gli effetti palestinesi, con eguali diritti e doveri di cittadini. Spesso non si distingue tra arabi e musulmani. Ci sono 15 milioni di arabi cristiani nel mondo... Assistiamo piuttosto ad una crisi d’identità dei cristiani arabi nello Stato Ebraico.

^ Quando parla di crisi d’identità, cosa intende dire?

Che un arabo cristiano è innanzitutto un palestinese, che vuole partecipare alla liberazione della sua terra dall’occupazione in modo pacifico, senza essere né antisemita, né anti-israeliano. Cerchiamo di essere presenti ovunque, anche in aree che non avevano una presenza cristiana storica, come sul Mar Rosso, che sia ad Eilat (Israele), Aqaba (Giordania) o Sharm-al-Sheik (Egitto), dove lavorano operai cristiani provenienti dall’Europa o dall’Africa. La Diocesi della Terra Santa si estende su Giordania, Palestina, Israele e Cipro.

^ Ci parli di Taybeh...

Taybeh è l’ultimo villaggio completamente cristiano in Terra Santa. Dei suoi 1500 abitanti (altri 1500 fuggirono all’estero durante la guerra del ’67, ndr), più della metà sono cattolici, e gli altri sono greco-ortodossi o greco-cattolici melchiti. Taybeh ha tre chiese e tre sacerdoti, che hanno deciso di celebrare le feste principali insieme: il Natale secondo il calendario cattolico e la Pasqua secondo il calendario orientale. Teniamo all’unità...

^ I cristiani di Terra Santa hanno una storia comune...Come si consolidò la Chiesa cattolica?

Torniamo indietro nei secoli. I crociati arrivarono nel 1099 e restarono due secoli. Esistette un Patriarcato Latino a Gerusalemme fino al 1181, quando Saladino cacciò i crociati dalla Città Santa. Il Patriarcato si insediò allora ad Accra fino al 1262, data in cui si spostò a Roma. In quegli anni, San Francesco d’Assisi, già convertito, partì nel 1223 dall’Egitto per la Terra Santa con dodici monaci, per dedicarsi alla Custodia dei luoghi sacri, ed è grazie ai Francescani se questi luoghi sono stati preservati attraverso i secoli. Papa Pio IX decise quindi nel 1847 di restaurare il Patriarcato Latino a Gerusalemme, dove fino a quel momento non vi erano vescovi cattolici, bensì solo i ministri della chiesa armeno-ortodossa e greco-ortodossa. Pio IX nominò Giuseppe Valerga patriarca di Gerusalemme. Valerga arrivò con un sacerdote ed un servo, e fece miracoli: pubblicò un dizionario di aramaico, caldeo, sirio, ebraico ed arabo; promosse un clero patriarcale autoctono; aprì nuove parrocchie in quei luoghi in cui i cristiani ortodossi erano stati abbandonati, per cui si raggiunsero le 62 parrocchie; aprì scuole nella Giordania analfabeta. Ogni sacerdote che apriva una nuova parrocchia aveva tre stanze: la cappella, la sua camera da letto, e la scuola. Il sacerdote era anche il maestro del villaggio. A differenza della chiesa greco-ortodossa, il clero cattolico palestinese era un clero istruito. Io ho voluto seguire questa tradizione.

^ In che modo?

La nostra parrocchia ha costruito un convento, un asilo-nido, un centro di accoglienza, un servizio medico per supplire alle esigenze della popolazione locale quando i soldati chiudono la strada per Ramallah, ed ora stiamo edificando una casa di riposo ed un centro per portatori di handicap. Abbiamo promosso anche un laboratorio di ceramica nonché la distribuzione del nostro olio attraverso il commercio equo e solidale. In novembre, il vescovo di Firenze inaugurerà il nuovo frantoio di Taybeh.

^ Precedentemente, ci ha parlato di unità tra cristiani in Taybeh. Ma quali sono le relazioni tra cristiani e musulmani in Palestina?

E’ un soggetto delicato, spesso a causa di una certa propaganda da parte israeliana. I palestinesi sono un solo popolo, cristiani e musulmani vivono insieme da 14 secoli. Certo, siamo vittime da ambe le parti di pregiudizi e preconcetti, ma stiamo lavorando a favore di un dialogo aperto che ci permetta di superarli. Personalmente, invito regolarmente studenti musulmani e cristiani a giornate di dialogo e convivenza. Inoltre, raccomando il diguno cristiano durante il mese del Ramadan, affinché possiamo condividere questo tempo di riflesione insieme. Nelle mie omelie dico che il musulmano è nostro fratello e chiedo ai miei amici musulmani che dicano nelle moschee che il cristiano è loro fratello. In questo senso non aiuta una certa propaganda israeliana, che vorrebbe fare credere che i cristiani fuggono dalla Palestina per colpa dei musulmani. Mi ricordo di uno scontro durissimo che ebbi con una giornalista del Jerusalem Post (giornale israeliano di orientamento conservatore, ndr), che scrisse che il governo israeliano aiutava “centinaia di famiglie cristiane palestinesi” a lasciare Beit Jala vicino a Betlemme e partire per il Canada e gli Stati Uniti, a causa dell’ostilità dei musulmani. Telefonai personalmente alle ambasciate dei paesi citati dalla giornalista e mi confermarono che la notizia era infondata. Queste speculazioni che mirano a dividere i palestinesi fanno male a noi ed all’Occidente. Dobbiamo prevenire un discorso che porta a identificare il cristiano con l’occidentale, e non alimentarlo, pena l’apposizione del sigillo cristiano a conflitti come la guerra in Afganistan od in Irak.

^

La pace nel mondo solo se si farà la pace a Gerusalemme



Cristiani e musulmani palestinesi sono un solo popolo, che l’occupazione militare unifica invece di dividere, ma quest’occupazione ormai dura da decenni. Come ne sostenete il peso?

Anche l’antico popolo di Dio oppresso chiedeva al Signore: “Io grido e tu non mi ascolti. Fino a quando devo vivere nell’oppressione?”. C’è un tempo per tutto. Dobbiamo pazientare, perché tutto ciò che è costruito su menzogna e violenza cadrà. La forza militare non è sufficiente a mantenere questa situazione. Viviamo un problema esistenziale, ovvero quello di affermare il nostro diritto ad esistere. Quale altro popolo ha saputo fare una tale concessione, dimenticando il 78% della propria terra (la Palestina storica, ndr)? Perché non possiamo ora vivere sul 20% che resta? Noi restiamo fermi nella fede.

^ Ma lo status quo sembra destinato a consolidarsi. Dopo cinque anni di seconda Intifada (“sollevazione” in arabo, ndr), quale bilancio ne trae?

Tengo una rubrica settimanale sul quotidiano in lingua araba Al Quds, perché penso sia un dovere cristiano quello di dialogare attraverso i media, ed il mio discorso è: “Dobbiamo rivedere tutto. Non possiamo continuare così dopo cinque anni di Intifada”.

^ Rivedere per fare cosa?

Per cambiare la maniera di resistere. Voglio scommettere sui gruppi di pressione non-violenta ed a questo sto lavorando. Abbiamo buoni rapporti con Pax Christi International, il nostro Patriarca Michel Sabbah ne è il presidente. Attraverso il Consiglio Mondiale delle Chiese, abbiamo creato l'“Ecumenical Accompaniment Program in Palestine and Israel (EAPPI)”, una rete di osservatori di fede cristiana. Dopo il rifiuto di Israele di accettare degli osservatori civili nei Territori Occupati, le Chiese hanno preso l’iniziativa di preparare dei cristiani a stare tra i palestinesi per documentarne le condizioni di vita e le sofferenze. Personalmente sono membro del Comitato di coordinamento locale a nome del Patriarcato Latino.

^ Una sfida che sembra impossibile...

Abbiamo bisogno di un ramo d’olivo per rompere la logica dedlla violenza. Abbiamo creato “Clergymen for Peace”, una rete di membri del clero cristiano, musulmano e ebraico per l’educazione ad attività non-violente, come la ricostruzione delle case palestinesi demolite dai soldati.

^ Perché la “causa palestinese” non trova una soluzione dopo tanti decenni di occupazione militare?

Noi palestinesi dobbiamo sfatare tre falsi miti. Uno teologico, uno ideologico ed uno storico.

Il mito teologico consiste nel fatto che lo Stato di Israele si nasconde dietro la Bibbia per affermare il diritto al ritorno del popolo scelto da Dio. Ma Dio non può essere discriminatorio, non preferisce un popolo ad un’altro. E’ una lettura messianica, millenaria della Bibbia per la creazione dello Stato del popolo eletto. Non è un caso che gruppi cristiani intransigenti americani ("Fundamental Christians") appoggino incondizionatamente lo Stato di Israele, visto come l’inizio del Regno, della Fine dei tempi, in cui ritornerà il Messia. Secondo questi gruppi, Cristo distruggerà le moschee. La presenza dei fondamentalisti cristiani è un pericolo in questo conflitto. Gli stessi israeliani hanno dovuto "contenerli" perché volevano organizzare un attentato a delle moschee.

^ E la falsa ideologia?

La falsa ideologia fu forgiata nel congresso sionista di Basilea del 1897, quando Theodor Herzl parlò di un “popolo senza terra per una terra senza popolo”. All’inizio pensavano all’Argentina, poi sono venuti qui, pensando che non ci fosse nessuno. Herzl mandò una delegazione di rabbini in Terra Santa per verificare, e quando i rabbini conobbero le città arabe, risposero: “La fidanzata è bella, ma è già promessa”. Herzl andò allora da Pio X chiedendo di benedire il loro ritorno in Terra Santa, ma il Papa rifiutò, preoccupato per la popolazione palestinese. Herzl si diresse allora al Sultano ottomano Abdel Hamid dicendosi disposto a pagare, ed il Sultano rifiutò rispondendo: “Il prezzo è caro, non sarà che con il sangue”. Purtroppo, fu una profezia. Fu la dichiarazione del ministro degli esteri britannico James Balfour nel 1917 ad aprire le porte al progetto sionista, ma “senza pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunitầ non-ebree residenti in Palestina”. Questa clausola non venne rispettata.

Nel 1948 vennero distrutti 400 villaggi palestinesi, fu una vera operazione di pulizia etnica. 800.000 profughi fuggirono in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Oggi i campi profughi sono 66. Israele deve riconoscere la propria responsabilità storica e morale affinché si possa trovare una soluzione. Israele sostiene che i palestinesi se ne siano andati da soli. E’ falso. Fuggivano per paura di essere attaccati ed uccisi. I sionisti predisposero addirittura delle navi nel porto di Haifa perché se ne andassero in Libano. Per nascondere i villaggi palestinesi distrutti piantarono foreste, o aprirono kibbutz agrari e colonie. La campagna internazionale “Plant a Tree in Israel” servì a nascondere i villaggi distrutti. Oggi, per sapere dove stava un villaggio palestinese, bisogna cercare i fichi d’India, con di cui gli arabi amavano circondare i propri insediamenti.

Il prezzo fu proprio caro...

Sì, stiamo pagando il prezzo di ciò che non abbiamo fatto. Questo è il falso mito storico. Ebrei e palestinesi vivevano insieme, avevamo fino agli anni ’40 una moneta comune arabo-ebrea, la Ghinea. La questione palestinese è un prodotto europeo, conseguenza della questione ebrea, dell’antisemitismo e del Mandato britannico. Abbiamo il diritto di chiedere una compensazione all’Europa, ed in particolare alla Gran Bretagna, per la sofferenza che abbiamo subito. L’Europa ha una responsabilità storica e deve assumere un ruolo decisivo nella soluzione della questione.

Presto o tardi Israele crollerà su se stessa. Per salvarlo, bisognerà che riemerga la verità. Per salvare Israele, bisogna fare la pace. Gandhi diceva: “Se ami qualcuno, non lo circondi di nemici”. Israele continuerà a sopravvivere opprimendo fino a quando gli Stati Uniti lo appoggeranno e gli Stati arabi dormiranno...ma questa situazione non durerà a lungo. Io amo Israele, per questo sono pronto alla pace.

^ Qual è il ruolo del Vaticano nella questione?

Il Vaticano ha un ruolo forte, ma molto diplomatico. Finora, non ha utilizzato tutto il suo potenziale peso. Un iniziativa chiara e forte del Vaticano sarebbe molto utile in questo momento. Le relazioni con Israele non sono serene. Nel 1994 è stato firmato un accordo tra il Vaticano ed Israele per aprire piene relazioni diplomatiche e regolarizzare il sistema dei visti, ma Israele non ha fatto granché per rendere le relazioni distese, e continua ad attaccare le chiese locali accusandole di allearsi con i palestinesi “contro” lo Stato d’Israele.

^ Quale soluzione Lei prefigura?

La soluzione ideale sarebbe uno Stato per due popoli, che potrebbe chiamarsi Canaan, ma sono cosciente che la strada è ancora lunga. Dio ci ha voluti tutti qui, per imparare a vivere insieme, perché non c’è altra soluzione. O viviamo insieme, o restiamo in conflitto per l’eternità. E Gerusalemme dovrebbe divenire la capitale internazionale dello spirito, per rispettare il mistero dell’incontro tra cielo e terra. Una città, due popoli, tre religioni. Forse ci arriveremo attraverso la soluzione di “due popoli, due stati”, che potrebbe sfociare in futuro in una Confederazione tra Giordania, Palestina ed Israele.

^ Pensa che l’adesione di Israele all’Unione europea potrebbe facilitare una soluzione del conflitto?

Io credo che Israele dovrebbe piuttosto chiedere l’adesione alla Lega Araba, in questo modo otterrebbe il riconoscimento di tutto il mondo arabo, e diventerebbe il motore economico di tutta la regione.

^ Il cuore dei conflitti umani sta in Gerusalemme?

Gerusalemme e' la porta della pace e la porta della guerra, non soltanto per questa regione, ma per il mondo. Il conflitto tra 6 milioni di israeliani e 6 milioni di palestinesi disturba la stabilità del mondo intero. Stiamo perdendo tempo andando in Afghanistan od in Irak. Vi sarà pace nel mondo solo quando si risolverà la questione palestinese. Sono stato recentemente in Francia invitato dai rabbini francesi, ed ho detto loro: “Se volete vivere in pace in Francia, dovete aiutarci a fare la pace in Israele”. In Terra Santa sta il cuore dei conflitti del mondo intero, fare la pace ed una pace giusta qui sarebbe uno segno di maturità ed un fattore di stabilità straordinario per il mondo intero.


SCHEDA 5

^ COLTIVIAMO LA PACE: COME OPERA



L’Associazione culturale “Coltiviamo la Pace” è una Organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus) costituita il 31 marzo 2003 a Firenze ed ha sede in Via de’ Pucci, n. 2. Di fatto essa rappresenta l’interfaccia di un gruppo di lavoro costituito principalmente da docenti e allievi dell’Istituto Tecnico Agrario di Firenze, che opera con un progetto formativo omonimo dall’anno 2000, finalizzato all’educazione alla pace e all’intercultura, nonché alla cooperazione internazionale, con particolare riguardo alla comunità cristiana della Terra Santa.

L’associazione, per scelta, non possiede fondi propri e non raccoglie contributi, limitandosi a proporre ad enti pubblici e istituzioni pubbliche e private progetti e iniziative a favore della comunità cristiana di Terra Santa, fornendo il supporto di intermediazione e, nel caso di progetti agricoli, la consulenza tecnica. In tal modo, il soggetto finanziatore ha il vantaggio di poter concorrere a realizzare il progetto a proprio nome ed essere garantito nella effettiva e completa utilizzazione delle risorse mobilitate. Infatti, chiunque voglia concorrere alla realizzazione di opere individuate e concordate con la comunità cristiana di Taybeh – Efraim, villaggio scelto per gli interventi, è invitato a versare direttamente il proprio contributo sul conto bancario della parrocchia, rendendolo in tal modo immediatamente disponibile, senza alcuna intermediazione.

^ Nome della Banca

Mercantile Discount Bank

Indirizzo

Salah Edin Street East – Jerusalem, Israel– Branch No. 638

^ Numero del conto

Account No. 982-01-946915

Swift Code

BARDILITA638

Intestato a

Latin Patriarchate

Per contattare direttamente il parroco latino di Taybeh – Efraim si fornisce il seguente recapito:

^ Crist Redeemer Church – Latin Convent – Parrocchia Latina di Taybeh

P.O. Box 2 – Taybeh (Ramallah) – Tel. (00970) 2 2898020 – Fax (00970) 2 2898160

E-mail: taybeh@lpj.org

Persona da contattare:

  • Padre Raed Abusalia, parroco latino di Taybeh – Cell. (00970) 059 269444

Tutte le attività di collaborazione del gruppo di lavoro “Coltiviamo la Pace” sono fornite gratuitamente. Tutte le relative spese, compresi i viaggi e i soggiorni, sono a carico delle persone direttamente impegnate. Per maggiori informazioni potete contattarci:

Associazione culturale “Coltiviamo la Pace” - Onlus

Via dei Pucci, 2 – 50122 FIRENZE – Tel. (0039) 055 2710754 – Fax (0039) 360003

E-mail: info@coltiviamolapace.com

Persone da contattare:

  • Prof. Lorenzo Paolino, diacono – Cell. (0039) 347 61 46 541

  • Prof. Giovanni Gianfrate – Cell. (0039) 335 53 40 565






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