Panorama della letteratura catalana Àlex Broch, Isidor Cònsul, Vicenç LlorcaPrima edizione italiana: maggio 2002 icon

Panorama della letteratura catalana Àlex Broch, Isidor Cònsul, Vicenç LlorcaPrima edizione italiana: maggio 2002


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PANORAMA DELLA LETTERATURA CATALANA


Àlex Broch, Isidor Cònsul, Vicenç Llorca


Prima edizione italiana: maggio 2002


© Àlex Broch, Isidor Cònsul, Vicenç Llorca

© di questa edizione: Generalitat de Catalunya

Departament de Cultura

Institució de les Lletres Catalanes

Portal de Santa Madrona 6 8

08001 Barcelona


Impaginazione e edizione: Víctor Igual, S.L.


ISBN: 84-393-4401-5

Deposito legale: B-23.909-2002

Stampa: Printing Súria, S.L.


ÍNDICE





Introduzione, di Jordi Sarsanedas


Dalla letteratura medievale al Romanticismo, di Isidor Cònsul


La prima metà del Novecento, di Vicenç Llorca


Letteratura contemporanea dal 1960 in poi, di Àlex Broch e Isidor Cònsul




INTRODUZIONE



Se desideriamo che la produzione letteraria della nostra terra e della nostra gente sia conosciuta in modo molto più ampio e adeguato di quanto non lo sia e prendiamo delle iniziative —come la redazione di questo libro— per ottenere dei risultati in questo senso, è perché siamo convinti che l’insieme della produzione scritta che vorremmo contribuire a mettere alla portata di un pubblico più vasto, che si rinnova ogni giorno, meriti sicuramente quell’attenzione che cerchiamo di suscitare.

Ci sprona la certezza di offrire al lettore straniero gli scritti di alcune personalità indubbiamente di prim’ordine come, per esempio, Ausiàs March, per quanto riguarda il passato, affinché attraverso la loro conoscenza ne ricavi un arricchimento. Qualcuno potrebbe osservare che nella storia della nostra letteratura mancano, dei brillanti poemi epici iniziali che fungano do modelli fondazionali. Abbiamo, però, un incomparabile gigante liminare nella figura di Ramon Llull!

Da quel momento in poi, fra alti e bassi, e senza dubbio con alcune fasi di scorsa produzione, si è mantenuta una continuità che arriva ai giorni nostri con opere per le quali —per alcune delle quali, ovviamente— postuliamo, sicuri di non commettere nessuna impertinenza, che l’interesse e la qualità siano, se possibile, ratificati dall’attenzione critica di amici stranieri. È da notare che la produzione che presentano i tre autori di questo libro proviene proprio da tutte le terre in cui si parla la nostra lingua: se Llull era maiorchino, se Ausiàs March era di Valenza, anche tra gli autori attuali sono numerosi quelli di Valenza e delle Isole Baleari.

So che gli autori di questo opuscolo, professori e criti­ci in esercizio pienamente qualificati, l’anno preparato con l’ambizione che sia utile. L’auspicio ì che la loro speranza si compia.


Jordi Sarsanedas

Decano dell’Institució de les Lletres Catalanes (1988-1999)


^ DALLA LETTERATURA MEDIEVALE AL ROMANTICISMO


Gli inizi


Come nella maggioranza delle lingue romanze —lo spagnolo, il francese, il portoghese o l’italiano— i primi esempi scritti in catalano risalgono al Basso Medioevo e, tra i documenti di un certo spessore, ci sono due testi della seconda metà del xii secolo: un frammento tradotto del Forum iudicum visigoto e le Homilies d’Organyà. Se li confrontiamo con i primi scritti di altre lingue romanze, la loro importanza è paragonabile alle Glosas silenses e Glosas emilianenses della lingua castigliana o ai famosi Serments d’Estrasburg di quella francese. Oltre a ciò, compaiono termini catalani e frasi volgarizzate in testi latini della prima metà del xii secolo, inserite sia per errore di scrivani con una scarsa conoscenza del latino sia perché, consapevolmente, si voleva facilitare la compresione ai lettori meno dolti. Malgrado ciò, la prima manifestazione letteraria prese, in Catalogna, le forme della poesia trovadorica.


I trovatori


Segnata do un carottere colto e raffinato, la letteratura provenzale si sviluppò tra il xii e xiii secolo nella zona sud-orientale della Francia attuale e influenzò profondamente le culture vicine dell’Italia settentrionale e della Catalogna. Nelle terre italiane determinò la nascita del «Dolce Stil Nuovo», che è all’origine della lirica di Dante e Petrarca. In Catalogna diede impulso a una tradizione che durò fino al xiv secolo, all’interno della quale si distinsero poeti estremamente singolari come Guillem de Berguedà, magnifico scrittore e nobile rissoso e cinico vissuto tra il 1138 e il 1196, e il trovatore di professione Cerverí de Girona (o Guillem de Cervera), vissuto tra il 1259 e il 1285.


Ramon Llull e il consolidamento della prosa


Se la poesia catalana nacque dalla ricca tradizione provenzale, la prosa ricevette un impulso determinante grazie a Ramon Llull (ca. 1232-1315), una delle personalità più originali del mondo medievale europeo. Era figlio di barcellonesi, ma nacque a Ciutat de Mallorca pochi anni dopo la conquista dell’isola da parte del re Jaume I. Da giovane compose poesia trovadorica; poi, in seguito a una radicale trasformazione religiosa, dedicò la sua vita e la sua opera alla conversione degli infedeli e alla difesa della fede cristiana. Fu un viaggiatore instancabile: visitò Roma, Genova, Parigi, Napoli e Bologna, oltre all’Africa settentrionale (Tunisi) e alla parte orientale del Mediterraneo (Cipro), sempre con l’intenzione di divulgare i valori del cristianesimo. Il desiderio di vedere il mondo non gli impedì di realizzare un’enorme produzione libraria —circa duecentocinquanta libri in catalano e in latino— e di fondare a Maiorca una scuola di lingue orientali, perché i missionari imparassero l’arabo e potessero diffondere con maggior efficacia il cristianesimo. Fu il primo pensatore europeo che redasse trattati di filosofia in una lingua romanza, arricchendo così enormemente il lessico e la sintassi del catalano, che trasformò in uno strumento d’alta efficacia espressiva.

Tra le sue opere religiose spiccano il Libre del gentil e los tres savis (1272) e il Libre de contemplació en Déu (1271-74), a cui si devono aggiungere il Libre de l’orde de cavalleria (1275-76), uno dei trattati più diffusi dell’epoca medievale, le narrazioni Libre d’Evast e Aloma e de Blanquerna son fill (1283-1286), d’origine autobiografica, e Fèlix o Libre de meravelles (1288-89), un compendio del mondo e della natura redatto secondo la mentalità logica del giovane Fèlix. L’opera si chiude con un apologo che racchiude un’intenzionalità politica, il Libre de les bèsties, chiaramente influenzato dal Calila e Dimna e dal Roman de Renart.

Negli scritti di Ramon Llull emergono punti di misticismo che si sviluppano nel Libre d’Amic e Amat, un’opera che si rifà alle fonti bibliche del Cantico dei Cantici, e nell’Arbre de filosofia d’amor. In essi spesso si sfiora il fervore mariano mentre, in altri poemi, emerge il contrasto tra azione e contemplazione, come ne Lo desconhort (1299), e il dolore in momenti di sconforto e di delusione, come nel Cant de Ramon.


Le quattro grandi cronache


Nella seconda metà del xiii secolo, contemporaneamente alla redazione delle prime opere di Ramon Llull, appaiono gli esempi più antichi di testi storici in catalano, tra i quali emergono le Quatre Grans Cròniques: il Libre dels feyts, del re Jaume I, la Crònica de Bernat Desclot, la Crònica de Ramon Muntaner e la Crònica de Pere el Cerimoniós che, nel complesso, offrono una visione di quella che fu la corona catalano-aragonese del xiii e xiv secolo, l’epoca del consolidamento peninsulare della Catalogna e della sua espansione politica e commerciale nel Mediterraneo.

Il Libre dels feyts è una cronaca dettata da Jaume I, dall’impronta autobiografica, dal carattere epico e influenzata dalla tradizione delle canzoni di gesta. Enfatizza le qualità militari del re e le sue imprese nella conquista di Valenza e Maiorca. La Crònica de Bernat Desclot, scritta dal tesoriere reale Bernat Escrivà, è molto rigorosa dal punto di vista storico, dato che l’autore ebbe accesso alla documentazione della Cancelleria. L’autore si rivela qui un cronista di professione e il suo lavoro continua con il Libre dels feyts in cui si occupa del regno di Pere il Grande, figlio e successore di Jaume I. Agli antipodi di Bernat Desclot si trova Ramon Muntaner, originario dell’Empordà, capo degli almogavari al servizio di Roger de Flor e capitano della famosa compagnia catalana nell’Impero bizantino. Non è un cronista professionale, ma un militare che ha viaggiato e ha vissuto intensamente, e spiega i suoi ricordi in una prosa vivace ed efficace che rende la Crònica de Ramon Muntaner un libro bello e appassionante, riguardante i cinque regni sotto i quali visse il suo autore, da Jaume I fino all’incoronazione d’Alfons III il Buono. Infine, la Crònica de Pere el Cerimoniós si collega al Libre dels feyts, perché è un’opera controllata personalmente dal re e si presenta come una cronaca personale e biografica frutto dell’ammirazione del Cerimonioso per l’operato di Jaume I.


Il xiv e il xv secolo


La letteratura catalana del xiv secolo ebbe dei moralisti di rilievo nelle figure di due religiosi sotto certi aspetti su posizioni opposte: il francescano Francesc Eiximenis (1327-1409), di Girona, e il domenicano san Vicent Ferrer (1350-1419), di Valenza. Il frate di Girona, rifacendosi a un’ottica borghese, colse il senso della storia e si propose di realizzare un compendio del sapere della sua epoca nel progetto enciclopedico Lo Crestià, che non poté concludere. Scrisse anche un trattato sugli angeli e il divertente Libre de les dones (1398). L’opera di sant Vicent Ferrer, invece, predicatore apocalittico convinto che la fine del mondo fosse vicina, è costituita dai circa trecento sermoni scritti sotto dettatura e mentre predicava ai frati del suo seguito. Un terzo originale moralista fu il francescano maiorchino fra Anselm Turmeda (1350 ca.-1430), autore del Libre de bons amonestaments (1398), che si convertì all’islamismo e apostatò il cristianesimo.

Durante il regno di Pere III il Cerimonioso l’amministrazione del regno si strutturò in senso moderno —la Cancelleria Reale— e lo stesso sovrano, affascinato dalla cultura, favorì la diffusione dell’umanesimo. Nell’ambiente colto della Cancelleria crebbe Bernat Metge (1340 ca.-1413), il primo uomo di le­t­­­tere della Penisola Iberica che assimilò le correnti dell’umanesimo, diffondendo nello stesso tempo l’opera di Petrarca e di Boccaccio. Tra i suoi lavori più ambiziosi si deve ricordare il poema allegorico Libre de Fortuna e de Prudència (1381), e Lo somni (1399).

In pieno xv secolo, ma nel contesto di una società in trasformazione, spiccano, a Valenza, suor Isabel de Villena (1430-1490), la scrittrice più importante della letteratura medievale catalana, il nobile Joan Roís de Corella (1433 ca.-1497) e il medico Jaume Roig (1410 ca.-1478).


Ausiàs March


Fino all’arrivo di Ausiàs March (1397 ca.-1459), la poesia catalana visse sotto l’influsso di una tradizione provenzale facile da seguire in poeti come Andreu Febrer (1357 ca.-1444) e Jordi de Sant Jordi (1400 ca.-1424 ca.). Ausiàs March, considerato il poeta più importante della letteratura catalana medievale, si allontana dai modelli provenzali (abbandonando lo stile dei trovatori...) e dalla cultura feudale. Elevò l’intensità della poesia amorosa a livelli di trascendenza filosofica e religiosa, e il complesso della sua opera presenta cicli amorosi diversi a seconda delle donne a cui è rivolta; tra questi spiccano soprattutto i primi due, intitolati «Plena de seny» e «Llir entre cards». L’eccezionalità della sua opera evidenzia come Ausiàs March sia stato uno scrittore di cultura, un poeta che ha riflettuto su aspetti trascendentali della vita umana e che conosceva molto bene i testi e le pieghe della scolastica medievale.


«Tirant lo blanc»


Il xv secolo corrisponde a uno dei momenti di maggior splendore della letteratura catalana e si chiude con due singolari romanzi scritti tra il 1456 e il 1468: Curial e Güelfa, di un autore anonimo, e Tirant lo Blanc, di Joanot Martorell. Malgrado si tratti di opere legate alla tradizione arturiana che diede origine ai libri cavallereschi, i due romanzi catalani se ne allontanano nella misura in cui si sforzano di riflettere la realtà e di impostare la narrazione come una storia carica di realismo e di verosimiglianza. Al contrario, quindi, dei libri cavallereschi, narrazioni inserite in uno scenario fantastico, i cui personaggi erano cavalieri mitici, protagonisti di avventure impossibili. Per questa ragione, Miguel de Cervantes, nel VI capitolo di Don Quijote, segnalò la singolarità di Tirant lo Blanc dicendo che, «per il suo stile, è questo il miglior libro del mondo».

Il romanzo che piaceva tanto a Cervantes narra le avventure del giovane bretone Tirant lo Blanc dal momento in cui viene investito cavaliere in Inghilterra fino alla sua morte, causata da una polmonite, nella città di Andrinopoli. La storia di Tirant lo Blanc si sviluppa inizialmente nel corso dei fatti d’armi che lo trasformano nel campione delle feste d’Inghilterra; si passa poi alle avventure per il Mediterraneo che lo porteranno successivamente in Sicilia, a Rodi e infine nell’Impero bizantino assediato dai Turchi. Le avventure di Tirant lo Blanc a Co­stantinopoli diventano poi l’asse centrale del romanzo, le scene belliche si alternano a quelle di corte, l’umorismo e la sensualità all’erotismo e l’opera assume così deliziose connotazioni di bozzetismo realista. Poi, le avventure di Tirant lo conducono in Africa settentrionale finché Costantinopoli viene liberata, si suggella la pace con i Turchi e l’eroe entra trionfalmente in città. L’imperatore gli conferisce il titolo di Cesare dell’Impero e la mano di sua figlia Carmesina. Però, una volta terminati i lavori di pacificazione, un giorno in cui Tirant sta passeggiando lungo la sponda del fiume nella città di Andrinopoli, si ammala di una polmonite e muore.

Tirant lo Blanc è una delle opere fondamentali della letteratura catalana, è stata tradotta in numerose lingue e ha raccolto gli elogi di scrittori e critici di tutto il mondo, da Miguel de Cervantes fino a Mario Vargas Llosa.


Dal xvi al xviii secolo


Ormai è un luego comune considerare questi tre secoli della storia della cultura catalana come appartenenti a un processo di decadenza nella produzione di letteratura di qualità. Per spiegarlo, si fa riferimento a ragioni politiche ed economiche, come la perdita di potenziale economico del Mediterraneo di fronte all’ascesa dell’Atlantico a partire dalla scoperta dell’America. D’altra parte, nel corso del xvi e del xvii secolo, le lettere catalane subirono la pressione di due influenti letterature vicine, che all’epoca vivevano uno dei momenti più brillanti della loro storia. Era il tempo di Molière, Racine e Corneille nelle lettere francesi, mentre quelle castigliane vivevano lo splendore del «Siglo de Oro». Non è sorprendente, quindi, che l’estetica del barocco catalano fosse debitrice alle forme castigliane; la figura che ricorda maggiormente questo legame è Francesc Vicent Garcia (1579-1623), il «Rector de Vallfogona», imitatore di Quevedo, a cui si aggiunge anche il drammaturgo e poeta Francesc Fontanella (1615-1685), considerato l’autore catalano più importante del Seicento.

Questo senso di decadenza si accentuò nel xviii secolo, in seguito alla Guerra di Successione che determinò l’avvento del­la dinastia borbonica. Filippo V promulgò il Decret de Nova Planta che comportò, per la Catalogna, la proibizione dell’uso e dell’insegnamento del catalano, la soppressione delle istituzioni di governo e dell’Università di Barcellona. Pur tuttavia, le correnti intellettuali dell’Illuminismo faranno sentire la loro voce attraverso figure come quella del barone di Maldà, Rafael d’Amat i de Cortada (1746-1818), autore di una voluminosa opera in prosa, Calaix de sastre, e di Joan Ramis (1746-1819), che introdusse nella letteratura catalana il neoclassicismo.


La «Renaixença»


Come successe ad altre culture europee che attraversarono una lunga fase di decadenza tra il xvi e il xviii secolo, l’arrivo in Catalogna del Romanticismo contribuì a una progressiva presa di coscienza nazionale collettiva. La Catalogna fu la porta d’ingresso delle idee romantiche nella Penisola Iberica attraverso pubblicazioni come El Europeo (1823-1824) e El Vapor (1833-1835). In questa seconda rivista venne pubblicata la poesia di Bonaventura C. Aribau (1798-1862), conosciuta come l’ode La Pàtria (1833), che diventò simbolo del momento inaugurale del movimento noto con il nome di «Renaixença».

Le prime tracce della «Renaixença» erano comparse alla fine del xviii secolo, ma solo nel corso del xix secolo questa divenne un movimento strutturato e rafforzato dalla consapevolezza del recupero della propria identità. Nel 1859, vennero ripristinati i Jocs Florals, ripresi dalla tradizione medievale, che contrassegnarono un primo stadio di maturazione del movimento. La loro importanza è divenuta indiscutibile perché agglutinarono la produzione letteraria e furono una piattaforma decisiva per il dispiegamento operativo della «Renaixença» stessa. Fino al punto che, senza i Jocs Florals non ci sarebbe stata «Renaixença», ovvero un movimento organizzato e organico, mosso dall’ideale concreto di ottenere l’autonomia letteraria in Catalogna.

Nel suo sviluppo la «Renaixença» ebbe la fortuna di poter contare su tre figure di rilievo —Verdaguer, Guimerà i Oller— che riuscirono a portare la letteratura catalana allo stesso livel­lo delle altre letterature europee contemporanee.


Jacint Verdaguer


Lo scrittore catalano più importante dell’Ottocento, Jacint Verdaguer (1845-1902), diede alla lingua un impulso decisivo e spesso è stato visto come un nome fondamentale della letteratura catalana contemporanea. Nacque a Folgueroles, in una famiglia umile ma colta, e studiò nel seminario di Vic fino a quando venne ordinato sacerdote. Come poeta, si fece cono­scere all’ombra dei Jocs Florals e, nel 1877, il suo trionfo culminò nella publicazione de L’Atlàntida, un poema mitologico che venne accolto con entusiasmo in Catalogna e che, tradotto in dodici lingue, godette di un’insolita fortuna internazionale.

Ma se fu essenziale che il poeta crescesse nel contesto dei Jocs Florals, nello stesso tempo fu fondamentale che Verdaguer fosse sacerdote di una Chiesa che cominciava a riprendersi dopo le crisi liberali dei primi due terzi del secolo. In Catalogna, inoltre, il settore della Chiesa vicino a Verdaguer affermava con decisione la propria essenza catalana, avvalendosi, oltre che dello scrittore stesso, di nomi come Jaume Collell e Josep Torras i Bages, per citare solo i più noti. Per que­sta ragione, Canigó (1886), l’altra grande opera di Verdaguer, oscillando tra storia e leggenda, si propone di cantare le origini cristiane della Catalogna.

Verdaguer fu protetto dai marchesi di Comillas, la famiglia più ricca dello Stato Spagnolo e, in qualità di sacerdote, partecipò intensamente alle attività apologetiche della Chiesa della seconda metà del xix secolo. Perciò compose molta poesia religiosa, oltre a canti e poesie agiografiche per alimentare la pietà dei fedeli e fomentare le pratiche religiose. Intorno al 1890, incapace di comprendere la veloce evoluzione della società, entrò in una fase di crisi personale, si dedicò all’esercizio della carità al di là di ogni prudenza e a pratiche spirituali che non erano ben viste dalla gerarchia ecclesiastica. Si scontrò con il vescovo e con il marchese e fu sospeso a divinis. Tutto ciò sfociò nel violento conflitto noto come «tragèdia Verdaguer» che scosse la società catalana della fine del secolo. Per quanto riguarda la prospettiva letteraria, fu il momento di alcuni dei suoi libri più intensi come Sant Francesc (1895), Flors del Calvari (1896) e En defensa pròpia (1895-1997). Il conflitto si concluse nel 1898, il poeta si riconciliò con il vescovo e poté rimanere a Barcellona. Ma, malato e stanco, morì poco dopo, nel 1902.


Àngel Guimerà


Fu il rinnovatore del teatro catalano. Àngel Guimerà (1845-1924) nacque a Santa Cruz de Tenerife dove suo padre, originario del Vendrell, si era trasferito per occuparsi di affari familiari. Ritornato in Catalogna nel 1853, nel suo percorso biografico ci sono due fatti che vengono abbondantemente ripresi nella sua produzione letteraria. Il primo fu un’ombra di cattiva coscienza per essere nato prima che i suoi genitori si sposassero; l’altro fu la forte delusione amorosa provata quando s’innamorò di una ragazza del Vendrell. Nella sua opera poetica ricorda spesso il sentimento d’amore non corrisposto e la tenace fedeltà a questo amore di gioventù.

Come scrittore, si fece conoscere nella Jove Catalunya, un’associazione radicale e nazionalista, con alcuni soci della quale fondò, nel 1871, La Renaixença, un settimanale che più tardi venne trasformato in quotidiano. Come poeta, la sua scoperta avvenne nei Jocs Florals del 1877, gli stessi in cui venne premiata L’Atlàntida di Verdaguer. Ebbene, nonostante la sua importanza come poeta, il grande contributo di Guimerà alla letteratura catalana deriva dall’originalità della sua opera teatrale. Dapprima fu influenzato dalle correnti romantiche del teatro storico e ottenne notevoli successi come Mar i cel (1888). Alla fine dell’ultimo decennio del secolo, il teatro di Guimerà si orientò verso un’estetica realistica, fino a raggiungere la massima pienezza nella realizzazione della fusione della realtà con la maniera idealistica e romantica di vedere il mondo da parte dell’autore. Da questa svolta nacquero i tre titoli fondamentali del drammaturgo: Maria Rosa (1894), Terra baixa (1897) e La filla del mar (1900). Sono drammi vigorosi e moderni, come dimostrano le diverse traduzioni e il fatto che, di Terra baixa e di Maria Rosa, ci sono varie versioni cinematografiche. Da Terra baixa è stata ricavata un’opera in tedesco, Tiefland, con musica di Eugen d’Albert, oltre a due versioni cinematografiche, una diretta da Fructuós Gelabert, nel 1907, e Marta of the Lowlands, nel 1913.


Narcís Oller


Il romanzo è il genere che tardò maggiormente a consolidarsi nella letteratura catalana del xix secolo, però Narcís Oller (1846-1930) riuscì a collocarlo in quei parametri di modernità che dominavano la narrativa europea. Narcís Oller non esitò ad aderire al naturalismo che all’epoca si presentava come un’alternativa per rendere attuale la letteratura catalana della «Renaixença». Una letteratura che era emersa con forza, ma che era troppo ancorata agli schemi del Romanticismo.

Sebbene fosse nato a Valls, nel 1846, Narcís Oller si tra­sferì a Barcellona per studiare giurisprudenza e vi rimase definitivamente a lavorare come procuratore dei tribunali. Fece i primi tentativi letterari in castigliano finché arrivò l’entusiasmo dei Jocs Florals del 1877 e da quel momento in poi decise di scrivere solo in catalano. Nel 1882 pubblicò La papallona, il suo primo romanzo, che fu tradotto in diverse lingue e nella versione francese è preceduto da un prologo di Émile Zola. Più vicino al naturalismo fu L’escanyapobres (1884), dove rielaborò il vecchio tema dell’avarizia, seguito da Vilaniu (1885), romanzo in cui ritraeva la società di Valls, il suo paese natale. Tuttavia, il ritratto più riuscito della dinamica sociale è quello de La febre d’or (1890-1892), il romanzo della trasformazione moderna di Barcellona, con i fermenti di una città cosmopolita, il contesto della febbre borsistica e il crac che ne derivò. Pubblicò poi La bogeria, in cui, attraverso la storia di un pazzo, Narcís Oller intavola un dibattito su uno degli aspetti dominanti del naturalismo francese, il determinismo. La sua opera narrativa si chiuse con Pilar Prim (1906), in cui il romanziere adeguò il suo lavoro ai nuovi parametri estetici indicati dagli srittori del Modernisme. Tutto ciò conferma un percorso evolutivo e coerente rispetto alle linee di forza del tempo in cui visse. I sei romanzi di Narcís Oller tracciano un arco che parte dal tardo Romanticismo, assimila le estetiche del realismo e del naturalismo e si conclude con uno sforzo di acclimatazione di fronte al panorama narrativo di fine secolo.




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